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La voce di una generazione…
Che Cameron Winter fosse destinato a diventare il cantautore più rilevante della sua generazione era chiaro già dai primi mesi dello scorso anno, dopo la pubblicazione del suo esordio solista Heavy Metal. Ciò divenne ancor più limpido nelle prime settimane dell’autunno scorso, mentre Getting Killed, il terzo album in studio dei Geese, stava ricevendo applausi ovunque e da chiunque. Che Winter sia già diventato la voce più potente della sua generazione è un argomento questionabile, su cui è lecito dibattere, ma che sta pian piano raggiungendo un consenso piuttosto solido e unanime, e questa nuova uscita è davanti ai nostri occhi per tentare di provarlo.
Live at Carnegie Hall, insieme alla sua “integrazione” – si fa per dire, visto il nome del regista – filmica, Cameron Winter at Carnegie Hall, diretta da Paul Thomas Anderson, segna un punto per chi pensa che Winter sia già diventato tale. Le dodici eccellenti canzoni che lo compongono, infatti, unite alla performance strepitosa – vocale, pianistica, “fisica” – che il giovane cantautore newyorchese offrì in quella sera di dicembre, proprio nella sua città natale e in una venue “sacra” com’è la Carnegie Hall, sono la testimonianza più vivida e vitale di uno zeitgeist creativo ed emotivo del loro autore che ormai dura da parecchi mesi e che sembra infondergli un fuoco magico e implacabile.
Sono ben pochi gli artisti che si sono esibiti sul palco della Carnegie Hall a un’età inferiore alla sua. Avendo 23 anni e 8 mesi nel momento in cui ci è salito, lo scorso 11/12/2025, Cameron Winter è entrato in un circolo ristretto ed esclusivo che comprende al suo interno nomi del calibro di Joan Baez, Bob Dylan, Tim Buckley, Laura Nyro e James Taylor, giusto per muoverci in ordine cronologico, tutti artisti che tennero uno show in quella medesima sala quando erano poco più giovani di lui. Il fatto che nel 2025 tocchi a una new entry di Brooklyn che è anche il leader di una band alt-rock tutta magma, fiamme e grinta, e il fatto che questo quasi ci sorprenda, poiché era da decenni che un artista così giovane non si esibiva da solo in quella sala, è una cosa che può a buon diritto rasserenarci e rallegrarci: non è poi tutto da buttare in quest’epoca stranissima.
Il successo internazionale di Getting Killed dei suoi Geese, pubblicato proprio un anno fa, ha contribuito a proiettare una luce ancora più forte sul suo debutto solista, Heavy Metal, che era uscito inizialmente in sordina nel dicembre 2024, al quale seguirono le prime performance soliste di Winter. La genialità, spontaneità e originalità di quel lavoro sono proseguite nelle sue affascinanti esibizioni soliste, nelle cui scalette, sin dai primi mesi, spesso facevano capolino anche brani inediti di caratura altissima, e nelle quali la sua voce calda e la sua allenata mano pianistica pulsavano di un’intensità talmente vibrante da lasciare letteralmente a bocca aperta il sempre più numeroso pubblico.
Nell’artwork di questo live show Cameron Winter e il pianoforte su cui incombe sembrano stare per prendere fuoco. Credo che si tratti di un segnale che si vuole dare a chi lo ascolta, quantomeno per quel che riguarda l’originalità e la voracità con cui queste dodici canzoni – tra cui tre pezzi inediti, tra i più intensi di tutto il songbook di Winter – vengono vissute e interpretate. Winter è totalmente a fuoco dal primo all’ultimo dei 66 minuti del concerto, devoto alla sua musica come un asceta avidamente immerso in una lettura religiosa. Nel corso dei suoi tour solisti sembra esistere un Cameron diverso da quello che milita nei Geese: predicatore un po’ diabolico e un po’ angelico, sembra più muoversi nel gospel e nel folk di un secolo fa che nel rock ‘n’ roll polveroso. Ma questo non è vero: qui si annida l’essenza del modo che ha Winter di comporre, ampiamente rintracciabile anche nei pezzi che esegue con la band.
A tutto questo si deve aggiungere un elemento ancor più ragguardevole: un evento come questo, di un cantautore come Winter, viene filmato e diretto da una delle più eccellenti menti registiche – e lato sensu artistiche – degli ultimi trent’anni, il Premio Oscar Paul Thomas Anderson, a sua volta affiancato da un altro occhio brillante come quello di Benny Safdie, che lo ha aiutato nelle riprese e nella post-produzione dell’opera. Il film ha avuto la sua première al New York Film Festival due settimane fa, e c’erano proprio Anderson e Winter sul palco a presentarlo, tra sorrisi emozionati e cenni d’intesa reciproca. La pellicola percorrerà gli Stati Uniti e il Canada in tournée come fosse un vero e proprio spettacolo teatrale, con biglietti già esauriti quasi ovunque: speriamo di poterla vedere presto anche in Italia, se non nel grande schermo quantomeno in streaming.
…che non ha bisogno di eroi (?)
È un incidere caracollante e incerto quello che caratterizza questi brani, sempre in bilico tra un’ascesa paradisiaca e luminosa e un baratro infinito fatto di rovi e di lava. Sono improvvise epifanie che seguono o che sono seguite da misteriosi enigmi pressoché impossibili da decifrare. Così i pezzi che sono contenuti in Heavy Metal, in questa forma intima, non perdono la loro natura multiforme: i ritmi spesso spezzati e vacillanti scandiscono i brani in un bipolare inseguimento di crescendo e di diminuendo degni di qualche Notturno di Chopin. Quello di Winter è un pianoforte colto ma anche tagliato con l’accetta, non accademico ma pieno di sfumature jazz, mai per un solo momento “fuori luogo”: sorretto da due mani agili e sensibili riesce a creare un tappeto particolarmente adatto alla sua voce.
Intrecciando folk, gospel e, come già si diceva, persino timbri jazz, gli show solisti di Cameron Winter sono sempre sorprendenti. Quello alla Carnegie Hall inizia con un brano inedito, “It All Fell in the River”, che è a tutti gli effetti un pezzo gospel: il narratore sembra giunto sulla Terra per raccontare il suo Vangelo, se non che nelle pieghe di questo Mi maggiore insistente e di buon umore si insinuano paure, dubbi e spettri. «I’m remembering when what fell in the river», canta Winter con tono coinvolto, «once fell on my head», le note di piano ad avvolgerlo del tutto, prima più cadenzate e puntellate, poi più soffuse e dolci.
Questo approccio caratterizza sia i pezzi non ancora pubblicati sia quelli già inseriti in Heavy Metal, che dal vivo vengono inevitabilmente, e in modo particolarmente riuscito, spogliati di ogni elemento decorativo e calati “dentro” il pianoforte in una dimensione quasi religiosa. Ne esce, così, la loro natura più primigenia, vicina a quella del Great American Songbook, degli spirituals battisti, del folk fantasmatico dell’Anthology di Harry Smith. Anche gli altri due pezzi inediti, che sono alcuni di quelli che ha eseguito live tra l’anno scorso e quest’anno, pur differenti tra loro nella struttura ritmica e nel tema, sembrano nascere dal nulla, emergendo da una faglia sotterranea come se fossero sempre esistiti e Winter dovesse solo portarli alla luce.
Si prenda a esempio “Emperor XIII in Shades”: i ciondolanti arpeggi pianistici e la voce di Winter ci conducono per mano nei risvolti di una ballata immaginifica e sognante, che raggiunge vette poetiche altissime: «I don’t like what happened to Jesus», canta Winter in frantumi, «but I sure do like Saturday mornings», riconnettendosi di nuovo a un discorso para-religioso. È un’atmosfera che emerge anche in altre composizioni inedite che Winter ha eseguito in questi ultimi mesi, come “She’s Just Been Born” o “Serious World”, non presenti in questo concerto ma anch’essi brani di qualità altissima, uniti tra loro da puntini invisibili che rivelano le connessioni che esistono alle loro spalle.
Il momento di picco assoluto tra gli inediti, però, è “If You Turn Back Now”, una delle ᾰ̓κμαί emotive del concerto, amplificata da un arpeggio di piano talmente fitto e rapido da rendere le dita intorpidite. Ecco che nella seconda strofa Winter si trasforma in un preacher del Sud degli Stati Uniti, che, con la Bibbia in una mano e un cappello elegante nell’altra, racconta del Diavolo e dei suoi raffinatissimi progetti. Tutto questo, però, non per raccontarci della fine del mondo o dei peccati dell’umanità. Il discorso, infatti, è calato in una dimensione puramente personale: il brano parla della fine tumultuosa di una relazione, e Winter non è su un predellino nel fondo di una piazza ma è seduto nella sua veranda, e parla a se stesso e a chi spera riesca ad ascoltarlo: «The sun will stare down on the street where I buy / That beautiful, beautiful, beautiful milk that is sold the day after you die», canta a metà della terza strofa, per poi aggiungere, a metà della quarta e ultima strofa, «You’re trying to know who you should want but you can’t / You passed right on by that lover with the lips in his hands». Siamo di fronte al franare rovinoso di qualsiasi certezza, mentre un amore instabile ma potentissimo finisce lentamente di erodersi di fronte agli occhi e alle orecchie dell’ascoltatore.
Queste improvvise ed epiche epifanie erano caratteristiche anche dei brani di Heavy Metal, che dal vivo sono, se vogliamo, ancora più incisivi e, “banalmente”, più belli. Nel momento in cui l’irresistibile arpeggio incipitario di “The Rolling Stones” avvolge la sala siamo pressoché sicuri che tutti questi brani sono nati con Winter seduto davanti al pianoforte. Nei momenti del testo in cui rivela se stesso, «Like Brian Jones I was born to swim / Towards a month ago […] Like Hinckley’s son / I was born to dance with a candy gun», sappiamo che sta spudoratamente mentendo come il più smaliziato Bob Dylan. L’accoppiata di “Love Takes Miles” e “Drinking Age”, due delle migliori canzoni di questo decennio, così diverse tra loro e al tempo stesso così evidentemente connesse per come sono scritte e performate, dimostra una volta di più che siamo di fronte a una delle menti più brillanti di questa generazione. Anche i brani più energici e ritmati, come la caotica e postmoderna “Nina + Field of Cops”, risultano ancora più rivelatori nella loro veste solo piano, mentre, proprio in “Nina”, Winter dà sfogo agli impulsi più selvaggi della sua natura rock, percuotendo con maestria i tasti del piano in una serie di crescendo e di diminuendo senza fine: «I’ll love whatever kicks me hardest in the mouth», dichiara compiaciuto, e non poteva esistere un brano più adatto di quello per esternare una confessione come questa.
Le rivelazioni proseguono con “$0”, già uno dei momenti più intensi e poetici sul disco, che dal vivo è ancora più parcellizzata e memorabile, anche grazie a una lunga outro accolta dagli spettatori con una standing ovation storica. Gli echi di Nina Simone, Sarah Vaughan e Joni Mitchell sono vivi in quella sala, per come Winter suona il pianoforte, per come sa frazionare e fare incespicare la ritmica, per come costruisce le progressioni melodiche e per come “impasta” la sua voce. A chiudere il regolare set è “Take It with You”, uno dei due singoli usciti nel 2024 prima del disco d’esordio, un pezzo che già faceva emergere tutti i punti di forza della scrittura di Winter, dall’andamento country-folk della sua musica alla cinica schiettezza del suo testo. «You can love me from afar / If that’s what’s gonna put you at ease», canta con glaciale convinzione, «But you won’t be on my mind». L’altro singolo che precedeva l’album, “Vines”, è protagonista dell’encore: si tratta di un brano che Winter scrisse a sedici anni, che non esegue dal vivo così spesso, il cui carattere un po’ acerbo mostra però già alcuni dei tratti più geniali e interessanti del suo stile di songwriting. «I feel loneliest when I’m with you», canta quasi con sincera nonchalance mentre il pezzo si conclude, come a volersi in realtà allontanare da quest’ultima, spietata affermazione, liberatoria più che autodistruttiva.
In grado di alternare, anche all’interno dello stesso brano, momenti più aggressivi, rapidi e pungenti a passaggi più onirici e soffusi, dove il piglio del folk-rock si immerge in un’attitudine jazz, gospel, blues o addirittura quasi classica nel modo con cui al pianoforte gestisce gli arpeggi o i salti da un’ottava all’altra, Winter, sul palco della Carnegie Hall, dimostra di essere un artista a tutto tondo le cui sfumature e la cui versatilità sono ancora parzialmente inesplorate nonostante sia già assurto a una delle voci più potenti e poetiche di questi anni recenti. E sta proprio qui la sua grandezza: cristallizzati in questo live, in una notte storica, le sue canzoni, la sua voce e un pianoforte ci testimoniano non soltanto uno straordinario traguardo che alla sua età è stato già in grado di raggiungere, ma anche un nuovo punto di partenza dal valore potenzialmente inestimabile.
86/100
(Samuele Conficoni)

