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Uno specchio davanti al volto
Nata nel pieno fermento della scena indie newyorkese degli anni Duemila, gli Interpol sono forse la band che più di ogni altra ha saputo preservare una forte identità sonora tra quelle emerse in quel decennio nella Città che Non Dorme Mai. Nel corso di sette album, il gruppo ha mantenuto una riconoscibilità immediata: bastavano poche note per capire chi stesse suonando.
A quasi venticinque anni da Turn On The Bright Lights, però, gli Interpol degli anni Venti del nuovo secolo sono molto diversi da quelli degli esordi. Questa familiarità viene messa in discussione, seppur con discrezione, da This Mirror Weighs a Ton (2026), ottavo capitolo della loro discografia. L’album nasce in un momento di cambiamento, sia nel modo di concepire le canzoni sia per l’inizio della collaborazione con una nuova etichetta, la Partisan, primo partner del gruppo al di fuori della Matador Records dai tempi di Our Love To Admire (2007).
La malinconia e l’esistenzialismo che da sempre caratterizzano la band sono ancora presenti, ma assumono contorni diversi. Questa volta gli amori finiti provocano meno batticuore e meno notti insonni. Del resto, uno dei fondamenti della maturità consiste proprio nel guardare il mondo e riconoscersi parte di esso: non esistono armature o distanze emotive capaci di sottrarci alla condizione dell’esistenza. In This Mirror Weighs a Ton, gli Interpol tengono uno specchio davanti al volto e osservano il riflesso che vi appare, lasciando spazio alla contemplazione. Da questa vulnerabilità nasce anche una tenue speranza: concedersi di appartenere a qualcosa, trovare una forma di appagamento.
La title track che apre il disco mantiene l’ascoltatore a una certa distanza, immerso in una fitta nube di Camel Light o in una nebbia densa che precede la pioggia. Le chitarre sostengono il ritmo della batteria di Sam Fogarino e il pianoforte in modo quasi sensuale e misterioso: sono sempre presenti, ma funzionano più come elementi d’atmosfera che come protagonisti.
Tra identità e nuove sfumature
See Out Loud, primo singolo dell’album e presentato dal vivo per la prima volta in Brasile nel marzo 2026, si avvicina invece all’Interpol più tradizionale. Il suo ritmo sarebbe capace di far rialzare perfino un morto per ballare a una serata indie degli anni Dieci. Il brano vede Daniel Kessler condividere la voce con Paul Banks per la prima volta dai tempi di PDA, contenuta in Turn On The Bright Lights. Non è un ritorno nostalgico, ma una riscoperta consapevole dell’identità della band, tanto che il pezzo avrebbe trovato facilmente posto anche in Marauder (2018).
In Iron City, Paul Banks canta della solitudine nel Central Park. Il cantante e chitarrista vive oggi a Berlino, ma l’album, registrato a New York, riporta in primo piano il legame indissolubile che continua a unirlo alla città. Forse la produzione di Andrew Wyatt, newyorkese convinto, ha contribuito a riaccendere questa connessione. Il ritornello si sviluppa su un pianoforte delicato, accompagnato dagli accordi stratificati di Kessler e dalla batteria inconfondibile di Fogarino, a dimostrazione che gli Interpol possono sperimentare senza perdere la propria identità. C’è perfino spazio per qualche richiamo alla carriera solista di Banks, con un lontano eco di Young Again.
Wounded Soldier riporta le chitarre al centro della scena. Su un riff semplice che sembra emergere dal nulla, marchio di fabbrica di Kessler, Banks confessa: «I dream violence» e «wounded soul, wounded soldier», versi che potrebbero parlare della necessità di continuare a procedere nonostante le ferite. Interpretare con precisione i suoi testi resta comunque impresa ardua. La chitarra domina il pezzo tra arpeggi e morbidi power chord, conducendo la composizione verso un crescendo intenso nel finale.
Wings On Fire si apre con l’inconfondibile tocco di Sam Fogarino. La canzone è costruita sui riff intrecciati di Banks e Kessler, un ritorno particolarmente gradito per chi sentiva la mancanza dell’intesa tra i due. Oltre a essere potente e inequivocabilmente Interpol, il brano valorizza anche il lavoro del nuovo bassista Brad Truax, subentrato per liberare Banks dall’impegno dello strumento che aveva assunto dopo l’uscita di Carlos Dengler nel 2010 e fino a El Pintor (2014).
Ever The Actor prende forma da un riff minimale sostenuto dalla batteria di Fogarino, creando immediatamente l’atmosfera ideale per una giornata piovosa. Il testo si confronta con lo stato del mondo attraverso immagini di disillusione e aspettative infrante. Tuttavia, come suggerisce il titolo stesso, emergono anche momenti che incrinano il cinismo, come i versi «I Feel Fine» e «I’ll Be There For You», autentici spiragli di luce. Questo equilibrio tra ombra e speranza culmina in una sezione finale affidata interamente ai violini, una novità assoluta nella discografia della band. Una soluzione elegante e sorprendentemente efficace.
Toh, gli Interpol non hanno fatto lo stesso album
Un’altra “innovazione” (per i loro standard) arriva con So Rides The Reindeer. Sebbene gli Interpol abbiano sempre fatto largo uso di chitarre semiacustiche Epiphone, questa è la prima volta che inseriscono una chitarra acustica in una loro composizione. Le corde in nylon compaiono subito dopo un’introduzione elettronica. Il risultato è un brano che abbraccia il post-rock, con strati di chitarre che alternano freddezza e conforto, tanto da far pensare ai paesaggi sonori degli svedesi Magna Carta Cartel.
Darling Thoughts si apre con un riff baritono di Kessler accompagnato dalla voce di Banks, prima che la batteria di Fogarino si impossessi completamente della scena. Proprio la batteria, grazie a un semplice ma devastante lavoro sul rullante, richiama gli anni d’oro del movimento Madchester che travolse l’Inghilterra alla fine degli anni Ottanta. E qualsiasi cosa faccia riaffiorare il ricordo degli Stone Roses non può che essere benvenuta. Nel ritornello emerge invece un Paul Banks particolarmente rapido nell’interpretazione vocale, tra versi che si accavallano e raccontano storie, confermando ancora una volta il suo evidente amore per l’Americana, intesa come genere musicale.
In Wake Up, Kessler torna subito protagonista con un riff che, pur essendo assolutamente riconoscibile come suo, può evocare rapidamente il mondo degli Smiths. È uno di quei riff che fanno pensare a quanto sia affascinante la capacità della band di costruire intere canzoni attorno a strutture così essenziali, come già avveniva in brani quali Same Town, New Story e My Desire da El Pintor. Anche il lavoro ritmico merita attenzione: Fogarino offre una performance quasi jazzistica, arricchita dall’utilizzo di un altro strumento inedito per la band, il bongo, che conferisce al pezzo una sfumatura leggermente festosa.
La decima traccia, Enemy, unisce una malinconica melodia pianistica alle linee vocali di Banks. Si tratta probabilmente di uno dei momenti più audaci dell’intero album, se non dell’intera carriera della band. La voce di Paul è accompagnata da cori femminili, dando vita a un duetto che mostra una chiara influenza R&B. Gli arrangiamenti di chitarra e pianoforte sono di rara bellezza, mentre la batteria rimane sullo sfondo a scandire il dialogo tra le voci. Un brano imperdibile.
Bird and The Serpent si apre con un riff che potrebbe inizialmente riportare l’ascoltatore alle atmosfere dell’album Interpol (2010). Il riferimento, però, si esaurisce rapidamente. Con vocalità distese e una batteria sottile, il pezzo raggiunge nel ritornello uno dei suoi vertici espressivi. Qui Paul Banks canta con intensità e volume, sostenuto dalle chitarre trattate di Kessler, offrendo una delle sue migliori interpretazioni vocali degli ultimi anni.
La chiusura è affidata a Sudden, una canzone che fa pensare a come, in altri tempi, gli Interpol l’avrebbero probabilmente scelta come apertura del disco. Il pianoforte e l’atmosfera malinconica richiamano infatti le storiche introduzioni dei loro primi lavori. Ciò non toglie nulla al fascino del brano. In questo album il gruppo sembra voler sperimentare davvero, ribaltando le aspettative e scegliendo percorsi differenti da quelli attesi. La voce quasi mantrica di Banks, mentre ripete «This is not sudden to me», rappresenta il finale perfetto per un lavoro che non nasce per compiacere il pubblico.
La parola “sperimentale” viene spesso abusata e, in questo caso, è opportuno usarla con cautela. Qui ci sono certamente tentativi di innovazione, nuovi strumenti e nuove soluzioni sonore, ma rimane sempre musica pop costruita con attenzione, gusto e cura per gli arrangiamenti. Ed è proprio questo equilibrio a rendere il risultato così convincente, dimostrando che osare può essere una forma di insofferenza verso la ripetizione.
Da una band che conosce perfettamente la propria identità e sa bene cosa il pubblico si aspetti da lei, This Mirror Weighs a Ton arriva come una dichiarazione di intenti: in un mondo da cui non si può fuggire, la vita è molto più che continuare a camminare guardandosi alle spalle.
70/100
Guilherme Lage (fb.com/lage.guilherme66) è un giornalista e vive a Vila Velha, nello Stato di Espírito Santo. Leggi altri suoi articoli !
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