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Il Santa Valvola Fest dopo l’anteprima di settimana scorsa è ripartito a pieno regime, portando l’11 settembre sul palco dell’Orto Sonoro di Prato ben cinque set, che hanno spaziato per genere e forma. Un ritorno che non voleva solo farsi sentire, ma che voleva far vivere la musica in ogni sua diffrazione. A rompere la quiete sono stati alcuni rappresentanti del Giglio di Firenze. Tony Accesi, The Fake Doc e Grungi hanno portato un set che non cercava di adattarsi al contesto: lo attraversava. Beat asciutti, parole che oscillano tra ironia e disincanto, una fisicità che spinge in avanti. Portano ognuno frammenti di vita in musica per far capire che il rap non è solo freestyle, ma un modo di dialogare con il pubblico. Pubblico che ha risposto subito, come se quella deviazione iniziale fosse esattamente ciò che serviva per aprire la serata. Il cambio di atmosfera è arrivato con gli Eleim, una delle presenze più particolari della lineup di questa prima serata. Pratesi, attivi dal 2010, hanno costruito un linguaggio che mescola thrash metal, groove e crossover, ma con una scelta che li rende immediatamente riconoscibili: testi in italiano, pronunciati con una forza che non smorza l’impatto, anzi lo amplifica. Il loro live è avanzato come un blocco compatto: riff che guardano alla scuola U.S.A. senza inseguirla, una ritmica che procede come un motore in piena corsa, una voce che alterna growl e parti più scandite, trasformando la lingua in ritmo, in colpo, in frattura. Il pubblico ha percepito subito questa miscela: un metal che non si limita alla potenza, ma che usa la parola come marchio. Una direzione precisa, che ha preparato il terreno per la scossa successiva.
















I Dick Complainers sono entrati come una scarica improvvisa. Arrivano da Como, e sono una della band emergenti più trascinante del panorama attuale, si definiscono “arrabbiati e veloci”. E lo sono davvero. Il loro garage punk è ruvido, diretto, senza alcuna intenzione di addolcire l’impatto: riff che mordono, una batteria che procede come un colpo continuo, una voce che sembra più un’esplosione che un fraseggio. Il set è stato un’accelerazione pura: brani che partono e si consumano in pochi minuti, lasciando dietro una scia di energia compressa. Nessuna posa, nessuna nostalgia: solo necessità. A loro il palco gli va stretto e la loro dirompente energia trascina il pubblico in un movimento spontaneo e carico di ritmo adrenalinico.














La collaborazione con i senesi Prolex amplifica questa tensione: avant‑jazz, improvvisazione, noise, hip hop, spoken word, tutto mescolato senza gerarchie. Le influenze di Black Midi, Fishmans, Khruangbin, non sono citazioni, ma traiettorie. Il live è stato un flusso: loop che si deformano, parole che emergono come frammenti, ritmi che si spezzano e si ricompongono. Un set che rallenta e dilata i tempi in cui il pubblico ha seguito questo movimento con attenzione ipnotica, percependo che ciò che accadeva sul palco non era una semplice esibizione, ma un processo creativo e di introspezione. Prolex & Zac Blue hanno portato il momento più enigmatico della serata. Zac Blue, artista poliedrico e sfuggente dei dintorni di Lucca, lavora su una musica che sembra più una condizione che un genere: un urlo generazionale, un lirismo crudo che espone la disorientata presenza dell’uomo nella società contemporanea.














Il trio bolognese dei Three Second Kiss ha chiuso la serata trasformando il palco in un corpo a corpo con il suono. Nessun fronzolo, nessuna posa: solo una centrale d’energia primordiale che si accende e non si spegne più. Il basso e la batteria costruiscono una struttura ritmica instabile, spiazzante, tipica del miglior math‑rock; la chitarra disegna traiettorie affilate, lame che aprono e richiudono lo spazio. La band spinge sull’acceleratore del noise‑rock con una precisione millimetrica e un volume che non concede riparo. Tensione trattenuta, improvvise esplosioni post‑hardcore, un flusso sonoro che risucchia il pubblico dentro un vortice fisico e ipnotico. La violenza del rumore si intreccia con una disciplina esecutiva impeccabile: ogni colpo arriva nel punto esatto in cui deve arrivare. Un live quello dei Three Second Kiss che non si limita a farsi ascoltare: si fa sentire sotto la pelle, come una scossa elettrica che continua a vibrare anche dopo l’ultimo colpo. Una chiusura radicale, intensa, che ha dato alla prima serata del Santa Valvola Fest la sua forma definitiva, ma dalle molteplici teste capaci di catturare lo spettatore da ogni direzione.














