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Faust, Milano (Festa de l’Unità) (24 agosto 2006)
Faust: radici, ferro e follia
Tre anni fa un sestetto eterogeneo e capeggiato da Werner (Zappi) Diermaier fece il suo passaggio sotto il glorioso nome di Faust in Italia, proponendo uno spettacolo estremamente “industrial”, elettronico e interamente strumentale, con pochissime concessioni allo storico passato dei “Wuemme Years”, se si eccettua una malata “It’s a rainy day” e una sorprendente “Chromatic” come bis. Giovedì scorso, in un PalaMazda semideserto (Milano, fine agosto, pochissima pubblicità e un nome non certo di richiamo come molti altri gruppi ben più triti e in voga fra i frequentatori delle feste dell’Unità), si presenta un terzetto che in comune con quel sestetto ha solo due cose: il batterista Diermaier, e il nome: Faust.
Ma è a questo giro che i fans dello storico gruppo riescono a riconoscerne più facilmente le radici: perché ad accompagnare Zappi c’è Jean-Hervé Peron, che insieme a Rudolf Sosna era di quei Faust l’anima creativa, nonché personalità forte e stravagante, come abbondantemente dimostra durante l’ora abbondante di concerto. E’ in effetti lui il mattatore della serata: canta, recita, suona chitarra acustica e basso, coinvolge il pubblico da vero rocker, ma anche da consumato performer, come quando, nella parte centrale del concerto, afferma che “non c’è nulla di serio nella musica, QUESTO è serio”, indicando il ferro e l’asse da stiro con cui comincia a stirare con passione e precisione la maglietta di uno spettatore.
Stirare Dylan, distruggere TV
Betoniere cigolanti, bidoni martoriati da flessibili, tubi e lamiere percosse compongono l’affascinante spettacolo industrial del gruppo, sapientemente alternato allo storico repertorio, proposto in modo spesso caciarone, ma indubbiamente sanguigno e passionale, con basso distorto e batteria essenziale e potente: il concerto parte su queste coordinate con una “Laueft / Psalter” difficilmente riconoscibile,
chiusa dalla poesia finale di “Miss Fortune”, poi si dipana a metà fra industrial e psichedelia un po’ hippy, come hippy è indubbiamente l’immaginario evocato da abbigliamento ed atteggiamenti di Peron. Solo che quando Peron dichiara “questa è una canzone di Bob Dylan”, lo fa con un flessibile in mano, e urlando “Oh where have you been my blue-eyed son”, e facendoci capire che la dura pioggia non ha affatto smesso di cadere.
Fra una sega elettrica e una chitarra distorta arriva anche “The Sad Skinhead”, accolta da un’ovazione dall’esiguo pubblico, e poi il gran finale, dove i laminati lasciano posto ad un trio quasi “power” ante-
litteram, per una sequenza di oldies che inizia con “Mamie is Blue”, continua con una lunga ed immancabile “It’s a Rainy Day”, e finisce con il pezzo forte, “Giggy Smile / I’ve got my Car and my TV”, dove accade di tutto: mentre Zappi e Amaury Cambuzat, già chitarrista e tastierista degli Ulan Bator, massacrano il loop finale di “Giggy Smile”, Peron scopre due televisori e, come ai vecchi e gloriosi tempi, comincia a massacrarli a martellate fra esplosioni di tubi catodici e vetri infranti. Dopodichè si aggira SCALZO per il palco, lancia fumogeni colorati in giro, fino a creare uno scenario a dir poco
apocalittico, si dimena, si contorce, continua a distruggere TV e a creare inferno partendo dallo zolfo ed infine si rimette al basso, completamente NUDO e felice. A 55 anni suonati, portati assai bene, sia nello spirito che nel corpo.
La trasgressione non farlocca
E siccome, come 35 anni fa, non tutto il pubblico conosce i Faust, si ricrea la stessa atmosfera di scandalo e stupore, divertimento e battutine, ma anche scrosci di applausi e richieste di bis. Fastidio ed
entusiasmo, shock, profanazione del Tempio della musica, trasgressione. Non quella farlocca delle tette al vento o del “fuck the system”, bensì quella che funziona, che magari fa fuggire il pubblico, ma che poi si ricorda e rimane. Cento di questi Faust.

