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Un nuovo rock, sincopato e nervoso, che nasce dalle ceneri del rock-che-fu
Le vibrazioni lunghe, tese e cinematiche di Brotherhood, il quarto disco in studio dei New Order, uno dei più apprezzati e significativi capolavori del gruppo, compiono quarant’anni proprio in questo settembre. Uscito il 29/09/1986 per Factory Records, si tratta di uno dei dischi di maggior successo sia commerciale sia critico da parte della band, un album che li ha definitivamente catapultati nell’universo mainstream che prima avevano saputo occupare soltanto sporadicamente e più per la loro – potentissima e magnetica – scia di gruppo mitico che era generata dalla fine tragica e improvvisa dei Joy Division ed era proseguita con un’avventura originale, innovativa e ambiziosa che aveva saputo scrollarsi di dosso il peso storico e psicologico della band da cui il nuovo percorso era germogliato.
Dopo Movement, Power, Corruption and Lies e Low-Life, i New Order ripartono con un disco la cui programmaticità e la cui dichiarazione di poetica emerge già dalla solida e ben organizzata tracklist, che la critica ha subito saputo scindere in due blocchi netti, tra loro differenti ma al tempo stesso complementari e in qualche modo “unificabili”. Se un lato più strettamente rock, dove l’incedere nervoso dell’elettronica, del synth-pop e del post-punk emergono dalle ceneri della dissoluzione del rock stesso, l’altro lato più direttamente electtronico, dominato proprio da quel synth-pop, da quelle drum machine e da quelle ritmiche spezzate e nervose sotto le quali il rock più tradizionale si muove di soppiatto: le due metà del disco, insomma, sono come uno specchio che si riflette rovesciato, creando un album dove non solo i singoli brani sono di una potenza e di una bellezza notevolissimi ma la cui impalcatura ha una semantica e un’idea di fondo evidenti e lucidissime.
In bilico tra romanticismo e ironia e tra il commerciale e l’underground
Brotherhood rappresenta anche una netta virata da parte dei New Order verso il grande pubblico e la radiofonicità. È un aspetto, questo, che già nei tre album precedenti era emerso, seppur in misura minore e meno impattante, ed è, al tempo stesso, una direzione inevitabile e spontanea che Peter Hook e soci hanno imboccato. La maggior parte della critica ne ha saputo tratte e valorizzare gli aspetti più positivi ed evidentemente fruttuosi per il gruppo, dalla “chimica” ancor più forte che sembra intercorrere tra i singoli membri del gruppo alla versatilità che la band è stata in grado di mostrare nell’attraversare più generi, stili e mood, ma vi è anche una fetta di fan che da sempre considera questo progetto uno dei meno centrati dei New Order.
Chi scrive è del primo avviso: Brotherhood è un passo avanti ulteriore nel tragitto imperioso e vincente del gruppo, una virata laterale che in nessun aspetto smentisce o sbugiarda tutti i passi avanti effettuati in precedenza dalla band. La brillantezza delle composizioni si manifesta plasticamente di fronte agli occhi di chi sa ascoltare con attenzione e con costanza. Il disco convince per la sua natura solida, coraggiosa e stratificata: ci sono dentro la psichedelia taumaturgica e ipnotica di “All Day Long”, dove synth-pop, rock progressivo e classicità sembrano fondersi in un tornado imposibile da fermare, l’ironia tagliente e raffinata di “Bizzarre Love Triangle”, il cui pop arguto e lucente lo ha reso un singolo fortunatissimo, la dolcezza rivelatoria e poetica della splendida “Every Little Counts”, cantata da Bernard Sumner, l’elettricità new-wave frenetica e ansiogena di “Weirdo”, dove Hook dà il meglio di se stesso creando un riff labirintico e ossessivo, le chitarre fuzz e cibernetiche di “Broken Promises”, dove un basso martellante e sommerso ricorda da vicino gli arrangiamenti più misteriosi dei Joy Division, le dissonanze industrial e disorientanti di “Angel Dust”, la cui natura sperimentale e caotica dimostra quando i New Order volessero ancora stupire e coinvolgere il pubblico senza per forza dover imboccare il mondo del mainstream. A completare il tutto, come traccia bonus inserita in tutte le ristampe, il singolo “State of Nation” conclude la tracklist, che non venne particolarmente apprezzata quando uscì ma che ha saputo uscire alla distanza divenendo un pezzo particolarmente coerente con il resto del progetto.
L’eredità di Brotherhood
Brotherhood ha avuto un’importanza non trascurabile non solo all’interno della carriera e del futuro dei New Order stessi ma anche nel contesto generazionale e musicale nel quale si inseriva al tempo. Se da un lato il suo successore, Technique, uscito tre anni dopo, portava a compimento in maniera ancora più pervicace e ostinata questo doppio binario imboccato dal gruppo, vale a dire la definitiva e sempre più convinta dissoluzione del rock e del post-punk parcellizzato all’interno dell’elettronica, del synth-pop e del new-wave, ha “dato la licenza” a molti altri artisti coevi di poter sperimentare e mescolare i generi sempre di più e con maggior forza. Prima di allora, infatti, il rock e in particolare il post-punk, anche e soprattutto nelle loro forme, per quanto innovative, più “pure”, e il mondo dell’elettronica, della dance music e del synth-pop erano divisi da un muro netto e non facilmente valicabile. I New Order sono stati uno dei pochi gruppi che per primi hanno capito quanto questi generi avrebbero potuto avvicinarsi e hanno saputo interpretare un nuovo “sentiment” che già da qualche anno stava attraversando gli UK come gli States.
Un altro aspetto di non poca portata, come si diceva sopra, è la centralità che Brotherhood ha rivestito nel permettere ai New Order di entrare nel gotha di quei gruppi che hanno saputo viaggiare in due corsie mai separate ma anzi sempre comunicanti e parallele: a una dimensione epica, iconica e di culto, i New Order divennero definitivamente anche una band capace di ottenere un successo commerciale duraturo e internazionale, e non a caso proprio il tour successivo all’uscita di Brotherhood è stato uno dei più lunghi, ambiziosi e fortunati della band. Come il gruppo stesso, insomma, Brotherhood ha saputo e sa ancora oggi unire un’indiscutibile qualità musicale e di scrittura, che lo rende uno dei dischi più riusciti della band, e una magneticità e orecchiabilità che lo rende ancora oggi tra i più apprezzati e ascoltati anche dai fan occasionali della band.
(Samuele Conficoni)

