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Il re e il mare: quando Thom Yorke vide arrivare la tempesta
Il surriscaldamento globale ci sta seppellendo in questa “grande estate calda del 2026”, ma lo si sapeva da tempo. Che il tema dell’ambiente fosse cruciale lo pensava in maniera precisa Thom Yorke quando pubblicò “The Eraser”, il primo album solista del cantante dei Radiohead che domani compie 20 anni. Uscì infatti il 10 luglio 2006. Era il modo laterale per Yorke di essere politico, e in quegli anni il cantautore assunse diverse prese di posizione chiare in materia (pensiamo solo al tour del 2008 dei Radiohead che era stato costruito – teoricamente – per abbattere gli spostamenti e diminuire al minimo le emissioni di CO2 causate dalla partecipazione agli eventi).
“The Eraser” può essere dunque considerato, con il tempo, un manifesto se non profetico quantomeno azzeccato. Fin dalla copertina, la bellissima rappresentazione del Re Canuto che prova ad “addomesticare” il mare, opera – come sempre – di Stanley Donwood. Il tratto di Donwood è sintetico, chiaro, figurativo (il booklet fu fatto in carta e non in plastica per essere più ecologico), e ci porta direttamente al cuore della questione: non possiamo controllare la natura, ma possiamo aiutarla. La leggenda narra che il Re voleva far vedere ai suoi cortigiani che lui non poteva tutto, per cui dimostrò loro che non aveva potere sulle maree. Si trattava di un’azione educativa, la stessa che – forse – voleva veicolare Yorke in maniera lata, del tipo “c’è stato lo tsunami nel 2004 e ce ne saranno ancora, sempre di più”. Anche se l’immagine che era rimasta negli occhi di Donwood non era quella dell’inondazione asiatica di un paio di anni prima, ma quella di una serie di allagamenti nel Cornwall, evidentemente più piccoli ma rilevanti proprio perché più diffusi.

Bit scheletrici: la costruzione di un album fuori dai Radiohead
Da un punto di vista musicale l’album fu scritto e registrato in un periodo di pausa del gruppo di Oxford, tra il 2004 e il 2005, con la “solita” collaborazione di Nigel Godrich, al tempo un vero Re Mida dal tocco d’oro (ricordiamoci che in quegli anni produsse “Sea Change di Beck, “Absent Friends” dei Divine Comedy e “Talkie Walkie” degli Air, tre album fondamentali). Godrich riuscì a portare le idee di Yorke che erano un po’ allo stato “na na na” alla forma canzone, attraverso l’uso di un’elettronica ultra-essenziale: se in “Kid A” c’erano comunque le “svisate della band”, in “The Eraser” Yorke mette in fila nove brani tutti fatti della stessa pasta scarnificata. I tempi non sono lineari (la titletrack, la bellissima “The Clock”) e sono magri, striminziti. Sono fatti di bit, sono piccoli passi, click, spasmi. Sopra a loro la voce volutamente secca e alta di Thom, scelta stilistica di Godrich per marcare il fatto che fosse un album solista.
«Con i Radiohead, Thom trova sempre qualche modo per mettersi in secondo piano. Essendo un grande ammiratore della sua voce e delle sue canzoni, volevo invece valorizzarle. Sarebbe stato un peccato se avesse realizzato semplicemente un disco sfuggente e criptico. Ma poiché era un progetto prevalentemente elettronico, avevo un’ottima scusa per rendere la sua voce asciutta e ben in evidenza nel mix» (Nigel Godrich in un’intervista al Los Angeles Times)

Il cigno nero di Yorke: vent’anni dopo, aveva ragione lui
Però questo articolo non è una celebrazione di un album seminale, perché “The Eraser” non è perfetto, anzi. Sconta certamente una qualità di brani non all’altezza degli album (fino ad allora) dei Radiohead, e probabilmente anche minori rispetto a “Anima” (2019). Tra tutti, riascoltati oggi, possono essere considerati veramente memorabili in particolare “The Clock” e “Black Swan”, con una menzione particolare per la conclusiva “Cymbal Rush”, un pezzo che si sviluppa nevrotico e dolce allo stesso tempo e che cresce fino a un climax complessivo da brividi. Che poi non si può mai definire “brutta” una canzone di Thom Yorke, magari solo meno rappresentativa. E il merito di “The Eraser” è la voglia di Yorke di sperimentare un proprio linguaggio espressivo, trovandolo.
“The Eraser” non entrò nelle classifiche dei migliori album degli Anni Zero (nemmeno nella nostra) ma a distanza di 20 anni si erge laterale e ficcante. Un disco in parte riuscito e forse più importante che bello, più azzeccato concettualmente ed esteticamente che in concreto. Un “cigno nero”, citando “Black Swan”, che presagiva la sventura che si è materializzata. E che ci diceva che siamo tutti fottuti. Cazzo, aveva ragione.
Cause this is fucked up, fucked up.
(Paolo Bardelli)
Qui la recensione dell’epoca di Raffaele Meale su Kalporz, che non era stata propriamente benevola.
