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Il nuovo album di Kelela, a distanza di tre anni dall’ottimo Raven, è un solido e appassionato passo avanti nell’arricchimento della texture del suo levigato e poetico R&B, a cui si aggiungono sempre più elementi rock, shoegaze e ambient, con chitarre oniriche e pastose incastonate in elementi ritmici avvolgenti, che rendono new avatar un disco pieno di impulsi e di trepidazione, attraversato da temi personali e universali profondi e intricati.
new avatar, terzo album in studio di Kelela, arriva dopo una serie di progetti interessanti che hanno fornito un’ulteriore evoluzione delle possibilità sonore e ritmiche dell’artista statunitense di origini etiopi: dopo Raven erano infatti arrivati prima un album di remix dello stesso, dalle venature molto più dance che R&B, un progetto intrigante che ha esplorato la natura più disco e techno delle composizioni della performer, e In the Blue Light, live album ancor più interessante, che propone registrazioni dal vivo tratte dai due concerti che Kelela tenne al Blue Note di New York sul finire del maggio 2024, durante i quali il suo R&B soffuso, chill-out ed enigmatico si arricchiva di sfumature jazz e neo-soul ancor più prominenti.
Ora, con new avatar, l’R&B di Kelela fa un ulteriore passo in una direzione che già Raven nel 2023 aveva iniziato a imboccare: quella di un R&B e neo-soul sempre più imbevuto di elementi alt-rock e psych-rock, dove le chitarre sono sempre più al centro, anche se quasi sciolte e dissolte, quasi con modalità shoegaze, nella patina R&B, soprattutto ritmica e vocale, che le ingloba e le arricchisce, dando vita a un sound stratificato e ragionato, radicato, in parte, anche nelle radici meno evidenti e meno note dell’artista, che un’attitudine punk-rock ha sempre avuto in sotterranea.
Rispetto al 2023 e ai toni spesso cupi e disillusi di Raven, sia dal punto di vista delle relazioni interpersonali sia di quello che accade nel mondo circostante, le cose non sono molto cambiate. Anzi, di recente, proprio parlando del nuovo disco, Kelela ha dichiarato che «Everything’s deeper into the shit, actually», e per quel che leggiamo e vediamo quotidianamente intorno a noi, dalla politica internazionale ai rapporti interpersonali, non possiamo che essere d’accordo. Questo senso di apocalisse e di claustrofobia tormentata che Kelela cerca di combattere con le unghie e coi denti per provare a concedersi un urlo liberatorio e un respiro finalmente profondo, si percepisce come un sottotesto inquieto e velato in new avatar, in cui le melodie luminose e gli intrecci di voce, di chitarre, di synth e di batterie creano dialoghi brillanti e ariosi nella cui stratificazione e nei cui testi strisciano i graffi di apprensione e d’insoddisfazione che permeano l’album.
Grazie alla produzione di Oscar Scheller, così immerso nel pop e nell’hip-hop, la commistione tra R&B, neo-soul, rap e altri generi a questi più o meno affini, dall’elettronica all’ambient, è ancora più fluida e spontanea, mai caricata di forzature ma condotta verso una manifestazione naturale e sincera anche grazie alla delivery vocale di Kelela e agli effetti caricati sulle sue performance, che spesso, insieme alle chitarre e ai beat, guidano la canzone verso spazi che nei primi secondi del brano non potevamo neppure immaginare sarebbero arrivati. È il caso della traccia che dà il via al progetto, “idea 1”, ma anche di altre gemme spaziali come l’affascinante “goin down” o l’altrettanto notevole “don’t piss me off”: in tutti questi brani un pattern sonoro dalle sfumature shoegaze si insinua in un tripudio ambient dalle venature quasi trip-hop.
La collaborazione con il cantautore e produttore britannico A.K. Paul in “outta time” porta le sonorità verso afflati che ricordano il miglior electro-pop degli ’80s, da Sade a Janet Jackson, mentre il featuring con PinkPantheress in “the bridge” costruisce un intenso episodio di drum’n’bass sfilacciato e incalzante. «Scoop me up, it feels so right / See you, I get butterflies a little later», canta Kelela appena prima dell’ingresso di un controcanto di Pantheress, mentre il mood e l’andamento del brano sono immersi in un liquido amniotico di dance e beat hip-hop particolarmente esaltanti. «One of my theses for this album is that R&B is probably the most expansive genre in the world», ha recentemente dichiarato Kelela per la BBC 1xtra, portando avanti un’idea che era già evidente nei suoi primi due album in studio e che qui diviene in qualche modo l’impalcatura primaria e la struttura portante di ogni composizione che è stata poi scelta per far parte di new avatar.
La meravigliosa “crystalize”, uno dei picchi emozionali e musicali del disco, è un lamento amoroso, un invito, un timore e una speranza insieme: in essa il pop e l’alt-rock si mescolano con impeto ma al tempo stesso con grazia fino a dar vita a uno spazio delicato e sognante, piuttosto «guitar‑forward», per usare un’espressione che ha utilizzato Kelela stessa per descrivere l’album. «I don’t know which way to go / Why can’t you get it right?», si domanda Kelela con un filo di rassegnazione, fino a farsi tutt’uno con la canzone e col suo testo intimistico e speranzoso. Molto chitarristico è anche il brano precedente, “against me”, dove la melodia e l’ipnotico beat finiscono per orientare le scelte effettistiche e timbriche delle chitarre e dei synth.
Particolarmente notevole è anche “new life forms”, un altro dei momenti più alti e poetici del disco, che vede la brillante collaborazione di Foushée e che, restando quasi totalmente ancorato alle sonorità R&B e neo-soul dalla forte impostazione dance, elettronica e pop, fa convivere con una grazia leggiadra elementi percussivi magicamente pulsanti, chitarre shoegaze rifinite, una ginnastica e un’alternanza vocali delle e tra le due cantanti felicemente incisiva e un tappeto di synth che portano l’ascoltatore in una galassia lontana.
La capacità di Kelela di unire testi arguti, intrisi di riferimenti non soltanto personali ma anche universali e sociali, e un universo musicale che, partendo dall’R&B, dal neo-soul e dalla musica dance, è in grado di muoversi nei territori più disparati, fino a includere nei suoi pezzi elementi shoegaze, ambient e alt-rock, rende il suo percorso musicale estremamente intrigante e piacevolmente originale.
Se tre anni fa Raven rispondeva alla necessità forte e inderogabile di Kelela di tornare a cantare a ogni costo dopo un blocco durato a lungo e con una voglia di gridare al mondo gli ostacoli e le difficoltà che una donna di colore può incontrare ancora oggi nel mondo occidentale, new avatar, con una forza non troppo inferiore, risponde, invece, al bisogno di Kelela di allargare i propri riferimenti musicali ripartendo proprio dove si era fermata, ampliando ancora di un poco lo spettro dei colori che è in grado di dipingere.
81/100
(Samuele Conficoni)



