Share This Article
Il laboratorio di Chicago
Nella prima metà degli Anni ’90 Chicago è uno dei laboratori più creativi degli Stati Uniti, in prima linea nella destrutturazione delle forme archetipiche del rock e nella nascita di differenti linguaggi. Tra le sponde del Lago Michigan e le architetture avanguardistiche della wind city (che prende il nome proprio dalle correnti che spirano dall’acqua e che vanno a incanalarsi intorno alle sagome serpeggianti dei grattacieli) si compie una delle maggiori rivoluzioni di questa decade: gli echi partiti dalla vicina Louisville, portati da messaggeri passati attraverso quella esperienza, gli Slint in primis, si depositano e si integrano con il tessuto composito della metropoli – intessuta di elementi che appartengono alla cultura nera americana e alla tradizione jazz (qui si era trasferito negli anni ’50 anche Sun Ra, fondando l’Arkestra e gettando le basi della sua estetica afrofuturista) – aprendosi verso nuove esperienze.

I Tortoise, che di questa scena sono stati uno dei nomi di punta, oltre che testimoni simbolici sul piano dell’ibridazione tra generi, sono indicativi di un’altra caratteristica del periodo: il confronto tra esperienze diverse e il passaggio di musicisti da una band all’altra. Molte erano le formazioni che condividevano gli stessi componenti – come Bastro, Codeine, Gastr Del Sol; un nome su tutti è quello di Jim O’Rourke -, pur mantenendo traiettorie e intenti separati. Se, generalizzando, le declinazioni del sound di Chicago contengono una linea cerebrale, eclettica e caotica, figlia delle geometrie, delle piazze e dei ponti, degli angoli più recessi delle città e venature oscure e interiori, quella che ci interessa approfondire in questa sede è la faccia che si trova dalla parte opposta della medaglia, quella che, pur prendendo vita nelle stesse strade e facendo della curiosità sperimentale il pilastro, sceglie di farlo mettendo insieme elementi che includono generi come il pop e la bossa nova.
ASCOLTA LA PLAYLIST:
Musica per spiagge immaginarie
I Sea and Cake raccontano un’altra storia della città dell’Illinois: luminosa e leggera, profumata di brezza e di aria marina. Se vogliamo, di quella stessa area post-rock, etichetta che viene utilizzata per definire l’ambito di cui parliamo, rappresentano l’ala radiosa e sunshine, il vertice colorato e in un certo senso quello più appartato e alieno. Il nome della band è, a onor del vero, frutto di un divertente errore di pronuncia da parte di un membro della band del brano dei Gastr del Sol, The C In Cake. Che sia intenzionale o meno, il gioco di parole è rappresentativo dell’atteggiamento fluido e rilassato, che nei suoni trasforma, con uno sforzo di astrazione, le sponde arenose del Michigan in uno stabilimento balneare. Mentre le istanze sperimentali di Chicago si muovono verso la sgretolazione del formato canzone e nella dilatazione della misura dei brani, I Sea and Cake cesellano piccole melodie eleganti, filtrate da una luce nitida, nonostante la distanza che li separa dalle spiagge del Brasile e dall’immaginario surf e nostalgico californiano.

La band, formata nel 1994, all’inizio come progetto parallelo, per iniziativa di Sam Prekop e Eric Claridge (già Shrimp Boat), Archer Prewitt (Coctails), John McEntire (Tortoise) si sviluppa nell’alveo della Thrill Jockey, etichetta storica per la musica di ricerca nata a New York. Partiti dalle stesse influenze, i Sea and Cake traducono lo sperimentalismo visionario di Chicago in forme leggere, sostituendo al cemento l’aria e il sogno di un altrove. Una spiaggia che non esiste sulla carta geografica, che non viene mai descritta e vissuta, eppure continuamente evocata.
What’s all this water for
Twenty sailors maybe more
Water breathing warm and heavy
Fantastic salt and sour
Salt and sour(Choice Blanket)
Prendendo come riferimento gli album degli anni ’90, dal debutto omonimo fino a “Oui” (2000), quello che emerge è il dialogo che si instaura tra le chitarre ariose, ritmi leggeri, sintetizzatori liquidi e la voce sussurrata di Sam Prekop. Brani come Polio e Choice Blanket, presenti del primo lavoro in studio, sono costruiti giocando su morbidezze strumentali e vocali (si prendano ad esempio i coretti presenti in questo ultimo brano). Gli stessi titoli Flat lay the water e So long to the Captain tradiscono un’immaginario fatto di porti e di navigazione. Con “Nassau” (1995) il richiamo si fa manifesto a partire dal nome del disco che, citando la capitale delle Bahamas, definisce scenari tropicali in Parasol, nella psichedelica e lennoniana I will hold the tea bag e nello strumentale Earth Star. È esattamente nei territori strumentali che i riverberi oceanici acquisiscono maggiore spessore, così nelle atmosfere morbide di “The Biz“, uscito nello stesso anno, in un brano che sembra sbucare da un’onda come The Kiss, nelle delicatezze lunari e orchestrali di Darkest Night o nelle ritmiche inebriate dal sole e dalle chitarre fuzz di Escort, raggiungendo vette malinconiche e rarefatte in For Minor Sky.
Gli anni ’90 si chiudono con “The Fawn“, in cui l’elettronica leggera inizia a prendere, in parte, il posto delle chitarre, come si vedrà soprattutto nel successivo e splendido “Oui” (2000). Dal primo di questi due album, pezzi come The Argument, Rossignol, o le eteree There you are e Bird and flag, rappresentano alcuni dei vertici della band. Con il quinto album in studio i ritmi diventano più sintetici e vellutati, nelle rilassezze sofisticate di All the photos, The colony room, Seemingly e Two dolphin. Il nuovo millennio vede i Sea and Cake impegnati in una carriera piuttosto prolifica, senza tuttavia eguagliare la freschezza degli esordi, tranne che per qualche episodio come Weekend (“Car Alarm”, 2008) o brani che non si può tralasciare di citare in questa sede: Coconut (“Everybody”, 2007) e Pacific (“Runner”, 2012).
Una città, due geografie
Con i Sea and Cake il mare, visto da una metropoli, non è un luogo, ma una astrazione mentale. La loro è un’estate senza spiagge vissuta nell’entroterra americano, che nel paradosso di costruire attraverso il jazz e geometrie post-rock un racconto caldo, leggero e soleggiato, arriva a tratteggiare una delle più convincenti estetiche marine della musica degli anni Novanta.


