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Non solo Gruff Rhys: Gwenifer Raymond ha talento da vendere
Una serata intima e raccolta, ad ascoltare canzoni performate da seduti e magari barefoot. La offre il Covo Club mercoledì 11 Marzo 2026, portando a Bologna il leader dei Super Furry Animals trent’anni dopo l’ultima volta insieme alla band; in apertura una bravissima chitarrista come Gwenifer Raymond (entrambi si esibiranno anche il giovedì per Unplugged In Monti a Roma).
Presenta il nuovo disco uscito per We Are Busy Bodies, Last Night I Heard The Dog Star Bark. Timida ma furiosa sulla sua acustica, nei suoi brani unisce passato e futuro tra evidenti rimandi agli anni settanta di Pentangle e Incredible String Band – ma anche John Fahey, un pilastro del sound americana – allo stile di nomi recenti come Lankum e Richard Dawson, con cui è andata più volte in tour. “Jack Parsons Blues” e la titletrack ipnotizzano gli spettatori, con l’artista originaria di Cardiff ma di base a Brighton che sembra un’orchestra vera e propria nel miscelare fingerpicking, blues, umori dagli Appalachi.
Racconta come il suo terzo album sia stato influenzato da Phillip K Dick, Ray Bradbury e l’universo sci-fi, creando droni, accordi visionari e un concept esoterico sin dalla sleeve. “A bunch of the stuff I was reading had these themes about the nature of infinity, and tying this into concepts about the afterlife. The album enters from the cosmic void and exits through the galactic plane. Maybe you’re exiting out of hyperdrive into some strange planet where the album lives, then you zip out to find whatever is next.” Una fortuna esserci.

Scegli il ritmo giusto per i tuoi deboli problemi
Verso le 22 è il turno di Gruff Rhys. Chi si è sentito Dim Probs – il nono lavoro da solista e terzo in gallese – può immaginare quello che sta per accadere: ha davanti un sandrone, con berretta alla Badly Drawn Boy e chitarra, armato di pedaliera e di una mixing box (?) che farà uscire gli effetti sonori più disparati, rendendo il tutto lo-fi con una lingua alle mie orecchie tra l’incomprensibile e il giapponese (prendetemi per un folle ma è così).
Perciò abbiamo una side A di live concentrata sull’ultimo repertorio. Tra “Taro 1 + 2” e “Chwyn Chwyldroadol!” (“Revolutionary Weed!”) passando per “Adar Gwyn” “White Birds”) Rhys si divincola tra bossanova, folk e indie scegliendo la base adatta all’umore della canzone. Lo noti riflessivo, a tratti smarrito…ma comunque empatico. Ti lascia entrare dentro al suo mondo e quando finalmente ti ci cali gli angoli si smussano e crescono i beat, introducendo i classici da Hotel Shampoo (2011) e American Interior (2014).
La seconda parte riserva le melodie più note del gallese nella sua dimensione solista, come “Pang!”, “Shark Ridden Waters” e l’antemica “Gyrru! Gyrru! Gyrru!” – che spiega, parla di quando guidi in mezzo alla nebbia. Il bis vede la Raymond ospite in un duetto di chitarre che sono un momento gentili e l’altro impetuose, come avessimo negli occhi il mare che batte contro una scogliera per poi ritirarsi, in un ciclo qual è la vita stessa.




