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Bob Dylan, Palalottomatica (Roma) (1 novembre 2003)
Il Never Ending Tour arriva a Roma
Il “Never Ending Tour” che Bob Dylan sta portando in giro per il mondo dall’oramai lontano 1988, giunge a Roma dopo aver attraversato culture ed epoche storiche diverse. Una tournée paragonabile alla carriera camaleontica dell’uomo di Duluth, iniziata all’ombra dei grandi cantautori del popolo – Woody Guthrie, Joe Hill -, continuata tra sferragliate rock e personali stravolgimenti religiosi, dall’ebraismo al materialismo ateo fino alla presa di coscienza del “cristiano rinato”.
Sono passati più di quarant’anni dall’esordio musicale di questo poeta, e ne è passata di acqua sotto i ponti: tanta acqua e tanti brani entrati oramai nell’immaginario collettivo. Il rischio di assistere ad un concerto-greatest hits diverrebbe presto certezza se non fosse per la capacità – quasi unica nel panorama musicale – che il buon vecchio Dylan di rileggere il proprio passato.
Brani reinventati e nuove tensioni
Nel rimettere mano ai prodromi della propria statura mitica, Dylan rende praticamente irriconoscibili brani quali “The Lonesome Death of Hattie Carroll” e “It’s allright ma (i’m only bleeding)” – quest’ultima personalmente riconosciuta solo alla penultima strofa -, ma ne mantiene intatto il fascino e lo splendore poetico. Dall’ultimo, non eccezionale, “Love and Theft” estrae una schizofrenica “Cry A While”, “Tweedle Dee & Tweedle Dum”, “Honest with Me” e una trascinante “Summer Days”.
Ma il meglio di sè Dylan lo da quando si immerge nella propria essenza, strappando via la memoria e ricostruendola pezzo per pezzo: è la storia di “Love Minus Zero/No Limit”, accarezzata da una slide guitar delicata e struggente e narrata con una tenerezza a tratti quasi scorbutica dalla voce di Bob (“My Love she speaks like silence/without ideals or violence”…e brividi, e brividi, e brividi), ma è la storia anche di “Highway 61 Revisited”, tesa, caustica, snervata, accolta con un’ovazione liberatoria. Non è un caso che questi due brani siano anche quelli in cui Dylan ha mostrato la miglior capacità interpretativa, fattore che è purtroppo mancato per buona parte della serata: la magia era evocata più dalla musica e dalle parole “in sè” che dal modo di cantarle dell’autore, che spesso è risultato invece monocorde e scontato. Ma di fronte ad una tensione drammatica come quella respirata in “It’s all over now, Baby Blue” o “Don’t Think Twice, It’s Allright” qualsiasi pecca è costretta ad essere adombrata se non addirittura a scomparire del tutto.
I bis che fanno la storia
Dopo quattordici brani la band lascia il palco. Un palco che non ha assistito mai a cambiamenti: Dylan fisso al piano elettrico, due chitarre, basso e batteria, e tanti saluti all’immagine del solitario vagabondo con la chitarra o il banjo a tracolla che evoca le ingiustizie sociali appoggiato ai muri sporchi di una cittadina di periferia. Ma anche questo conta poco, soprattutto quando, nei bis, il gruppo inanella di seguito due degli inni più celebri del menestrello: prima “Like a Rolling Stone” cantata dalle migliaia di persone accorse come fossero un sol uomo e poi “All Along the Watchtower”, allungata di una strofa rispetto all’originale, e sicuramente debitrice delle varie riletture a cui è stata sottoposta col passare dei decenni.
E poi? E poi è davvero finita, non ci sono altri brani da raccontare; resta la voglia di enunciare tutti i brani che avremmo sempre voluto sentire e che non ci ha regalato (personalmente ho sentito la mancanza di “Masters of War” e “Visions of Johanna”), ma ci si accorge quasi subito che in ogni caso sarebbe venuto a mancare qualcosa di fondamentale. E allora non resta che salutare Dylan fino alla prossima volta e sussurrargli “So Long Honey Babe, Where I’m Bound, I can’t Tell, but Goodbye’s too good a word, gal, So I’ll just Say Fare Thee Well”.
(Raffaele Meale)

