GRATEFUL DEAD, Live/Dead (Warner Bros., 1969)

I veri e propri tesori per gli appassionati dei Dead rappresentati dalle innumerevoli uscite postume di materiale registrato dal vivo nel corso della loro lunghissima e leggendaria carriera (e che hanno comunque prosciugato le tasche dei deadheads più accaniti, orfani di “Babbo Natale” Jerry Garcia), potrebbero potenzialmente intaccare la gloria di questo monumento alla musica?

Chi può sapere quale sia stata la “Dark Star” più bella che i Dead abbiano mai eseguito? Impossibile dirlo, per cui lasciamo da parte il punto di vista del fan di stretta osservanza e diamo un’occhiata a questo – come l’abbiamo definito – monumento.

Per “Dark Star” dovrebbe essere evidente il fatto che, a distanza di trentaquattro anni, la definizione di trip psichedelico in musica risulti terribilmente datata e riduttiva. La musica della cosiddetta controcultura vede qui realizzata – la vogliamo dire questa cosa oscena, tanto retorica quanto vera? – la sua “Nona di Beethoven”. O, se vogliamo, il suo “A Love Supreme”.

“Dark Star “ è suonata con gli strumenti del rock, ma è un brano incredibile che trascende i generi. Nasce quieto, timide note di chitarra e basso, poi qualcosa prende forma, si definisce, il suono si fa distinto. E poi la chitarra di Jerry Garcia discende direttamente dagli spazi interstellari. Brividi infiniti sulla schiena di un ascoltatore di umana sensibilità. Il resto della storia lo conoscete, se ancora non è così siete caldamente invitati a provvedere.

L’introduzione di “St. Stephen” ci consola subito della fine del meraviglioso viaggio alla ricerca dell’oscura stella. Altro pezzo memorabile, ancora una volta ricco di sognanti aperture melodiche vocali. Uno dei brani più belli del repertorio della band.

Con “The Eleven” si passa invece a ritmi vertiginosi; qui i Dead ci mostrano la loro formidabile sezione ritmica con il basso di Phil Lesh e le batterie di Hart e Kreutzmann. Ron “Pigpen” McKernan domina il blues di “Turn on Your Lovelight” . Un altro grande che se ne è andato troppo presto, Pigpen.

Altro capolavoro nel capolavoro è la versione di “Death Don’t Have No Mercy “ di Rev. Gary Davis. “Feedback” è un’altra esperienza tipicamente lisergica, che precede il dolce commiato di sapore folk di “And We Bid You Goodnight”.

Un difetto? Manca “Mountains of The Moon”. Alzi la mano chi, conoscendone le favolose versioni live di quel periodo non l’avrebbe voluta inserita in questa opera d’arte.

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