[ di Lorenzo Centini ] Voci sfuggenti, arabeschi misteriosi tra andamenti tribali, il freddo verdeggiante di un giardino in inverno o di una foresta, appunto. Riecco i Cure, quelli tra “Seventeen Seconds” e “Faith”.
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[ di Antonio Giovinazzo ] Il debutto di Holy Ghost! su DFA è giusto uno di quei dischi “di stagione”, un po’ come le fette d’anguria o le fragole con panna.
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[ di Eleonora Ferri ] Sei pezzi strumentali e una comunione totale dei tre musicisti (tra cui Moltheni alla batteria): solipsismi da post-rock americano e barlumi brit prog dei primi anni ’70. Una piccola architettura musicale con un suo equilibrato fascino.
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[ di David Capone ] Un nuovo appassionante viaggio ai margini del caos delirante, sedici istantanee con cui Vedder ci mostra ancora la sua verve nostalgica e sentimentale, pur se con un impatto meno incisivo di “Into The Wild”
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[ di Lorenzo Centini ] Manifattura casalinga, riverbero, suoni a malapena sgrezzati, twee-pop e noise-pop, tutto in linea con la tendenza internazionale, che non disprezziamo affatto e che se è trendy, pazienza. Buone news dalle Marche.
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[ di Francesco Giordani ] Con una mossa abbastanza sorprendente, il quartetto inglese si è tratto fuori dalla palude delle aspettative e ha realizzato un album di puro pensiero, leggero e sinuoso come una piuma di struzzo.
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[ di Matteo Ghilardi ] Sarebbe riduttivo ricondurli a dei Kills italiani, in realtà all’interno di “Hot star” si odono echi delle Tigre e qualcosa di più danzereccio modello Gossip.

