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Nel nuovo disco di Taja Cheek e soci, fata morgana, il post-rock d’avanguardia, frammentario e onirico, dei L’Rain continua a mescolarsi con loop disgreganti, con influenze neo-soul, con i ritmi del jazz sperimentale e con le atmosfere pulviscolari di un certo ambient contemporaneo. Si tratta ancora una volta di un progetto di ampio respiro che rappresenta l’ennesimo lavoro di qualità del complesso newyorchese, tra innovazioni, conferme, idiosincrasie sonore e colori e sfumature sempre più immersivi e ipnotici.
Le tortuose peregrinazioni artistiche di L’Rain sono uno specchio vitruviano postmoderno in cui la nostra anima può osservarsi: una superficie quadrata delinea un cerchio perfetto in cui, anziché ricordarci della centralità geometrica e proporzionale dell’essere umano, a emergere sopra ogni altra cosa sono lontane reminiscenze, echi distorti e a tratti incomprensibili, cicli continui e indissolubili, anelli musicali e lirici di cui perdi l’inizio e la fine, ed è proprio in questi dettagli, in queste imperfezioni e in questi frammenti – che sono le canzoni di Taja Cheek e dei suoi compagni di viaggio – che l’umanità di oggi si ritrova e prova a rimettersi in sesto.
Il viaggio di L’Rain, infatti, è una sorta di lotta all’antropocentrismo tradizionale che negli ultimi secoli tanti danni ha fatto. Nelle pieghe della musica di Cheek non viene però proposto, come alternativa a esso, un ritorno allo stato brado, al diritto naturale o un ecocentrismo totale, ma un equilibrio – precario, complicato e bellissimo – tra questi due universi, che anziché combattersi provano a conciliarsi, in un eterno ritorno di sentieri possibili e quasi invisibili in cui l’uomo, soltanto parzialmente artefice delle sue fortune e sfortune, accetta la propria finitudine e cerca di diventare un alleato della natura, creatore di un mondo, quello artistico, che non può prescindere dalle sue imperfezioni, dai suoi errori, dai suoi conflitti e dalle sue mancanze, dando alle macerie che purtroppo ha disseminato alle sue spalle un nuovo senso e una nuova storia.
Questo rigoglioso senso di rinascita e di speranza emerge in tutte le grinze di questo quarto album in studio del gruppo, fata morgana, effimero nella sua natura fragile e caduca e al tempo stesso potentissimo per le sue esplosioni vitalistiche e chimeriche, che emoziona grazie al connubio di generi che attraversa – dal rock sperimentale al jazz d’avanguardia, dalla dance all’elettronica più innovativa e tagliente, dall’ambient immersivo e onirico al gospel celestiale ed epifanico – e ai mood che sa contenere, tenendo insieme una narrazione e una ritmica volutamente sconnesse e lacunose ma anche sognanti e seducenti, come quelle che caratterizzano ogni passo degli uomini in questo universo indecifrabile, e una serie di soluzioni melodiche e ritmiche affascinanti e penetranti in ognuna delle loro declinazioni.
Quello di fata morgana è un suono etereo e rarefatto, che diventa ancora più pastoso di quello che i L’Rain avevano creato nei progetti precedenti, magicamente pulsante di venature liriche piene di pathos e di ebbrezza, dove anche i passaggi più alt-rock, neo-soul e fusion-jazz sono imbevuti di uno strato di nebbia che esiste al confine tra il reale e l’immaginario e che rende ogni pezzo particolarmente misterioso e seducente.
Echi degli Animal Collective e di Panda Bear risuonano in “july 5th”, “borderline” ed “elmyra”, dove le eccitanti pieghe degli arrangiamenti stratificati di Taja Cheek flirtano con il dream pop dei Duemila, in particolare quello levigato e sognante dei Beach House, e lo shoegaze più ramificato dei Novanta. Anche i momenti più avant-rock e potenti, come quelli rappresentati da “with time”, “soulless cycle” e “i remember”, sono avvolti da un velo di nebbia e di ambiguità, splendidamente immersi in un oceano di vibrazioni e di ritmiche incalzanti e al tempo stesso ipnotiche. «All teeth when I see you every morning», canta Cheek nello psych-rock allucinato e insieme conturbante e incalzante di “elmyra”, costruendo un’immagine da incubo in uno spazio che potrebbe invece sembrare invitante e sicuro. «My bare teeth / Will show you», prosegue con un tono pacificato ma tagliente, «I want you / Want me too».
Proprio nella misura in cui uno spazio ritmico, musicale e talvolta, laddove ci sia il canto, anche vocale, sembra diventare un rifugio rasserenante e pacifico, ecco che possono giungere un beat improvvisamente più dilagante o un synth o una chitarra più voraci e acuminati, tutti aspetti che possono trasformare quello che sembrava un sogno meraviglioso e ameno in una tempesta improvvisa.
Non è sempre così, ovviamente, e, anzi, in fata morgana L’Rain preferiscono che quest’alternanza di umori e di visioni avvenga un brano dopo l’altro piuttosto che nello stesso brano, dove più che i turbamenti di ogni singolo microcosmo Cheek sembra voler creare questa successione di sensazioni e di emozioni nel macrocosmo album, brano dopo brano, come tessere invisibili di un mosaico evanescente e articolato che, in base alla distanza dalla quale lo si osserva, può cambiare sia le forme sia i colori.
Con le sue perfettamente centrate, e meravigliosamente edificate, striature magiche, oniriche e al di là di qualsiasi genere o stile, fata morgana risulta, all’interno del percorso artistico variegato e coraggioso dei L’Rain, un disco ancora una volta ambizioso e potentissimo, l’ennesima dichiarazione d’intenti e di poetica pienamente riuscita del gruppo, che si conferma tra le band più convincenti e rilevanti di questo folle e inafferrabile decennio.
81/100
(Samuele Conficoni)

