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Uno sguardo nell’ermetismo di un album come “Kid A” dei Radiohead.
Un lancio inaspettato
Thom Yorke, leader della band britannica Radiohead, non si sbilancia, dopo l’uscita di Kid A (ottobre 2000) rilascia pochissime interviste, nega l’inserimento dei testi dei brani nella custodia dell’album e smonta le speculazioni interpretative dei fan su eventuali significati nascosti dietro alle canzoni. Una mossa molto consapevole, che però rende irresistibile trovare una chiave di lettura a tutto ciò. Già la “promozione non-promozione” che è stata fatta all’uscita del quarto lavoro in studio dei Radiohead ha dell’affascinante e geniale: James Doheny, biografo della band, nel suo libro Radiohead: la storia, le canzoni, ci racconta che Yorke e soci decisero di non far uscire nemmeno un singolo, né tantomeno un video, l’album doveva parlare da solo per le sue qualità. Non solo, la Capitol Records (etichetta con la quale i cinque erano sotto contratto all’epoca) si trova davanti un disco ermetico e minimale, di rottura rispetto al precedente e acclamato Ok Computer. A bocce ferme, si prevede un disastro a livello di vendite. Capitol mette in piedi però una grande trovata: viene creato un sito web dove è possibile messaggiare istantaneamente per poter raggruppare il più possibile le community di fan sparse online. Si tenta di far promuovere l’album agli stessi fan. Si diffusero notizie, immagini e musica a cui tutti potevano accedere e farle circolare. Fecero così anche con lo stesso album: tre settimane prima dell’uscita, spinsero gli appassionati a scaricare l’album e a diffondere bootlegs gratuitamente. Ottennero un risultato strepitoso: alimentarono un entusiasmo tale che (pur senza ne video ne singoli, ricordiamo) l’album si ritrovò primo in classifica sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti. Rimane tutt’ora un mistero come un album di una complessità tale e non alimentato da materiale promozionale potesse avere un riscontro del genere, tanto che la critica si mette a riflettere sullo stesso significato di “complessità”, un cortocircuito semantico, quasi.
L’anima dell’album
Se dovessimo fare una radiografia a Kid A, probabilmente otterremmo qualcosa di cupo e sfocato ma con delle frequenze dinamiche sullo sfondo. Ascoltando i brani sembra di avvertire qualcosa di estremamente ermetico e minimale che ci vomita delle sentenze in faccia: voci effettate, distorsioni e testi stringati ma estremamente mirati e spesso anche molto crudi. “We’ve got heads on sticks” recita la title track. La band di Oxford ha trovato il suo Cuore di Tenebra, la melodia e il virtuosismo di Ok Computer sono stati destrutturati da drum machines, synth e samplers attraverso i quali, dirà Steven Hyden, autore del libro This isn’t happening. La storia di Kid A (che il nostro direttore Paolo Bardelli ha avuto l’onore di intervistare direttamente qui): “l’album cattura l’umore dei nostri tempi moderni […]. I Radiohead non hanno previsto il futuro, ma hanno fatto un album che ha trasceso il suo tempo per parlare della nostra situazione attuale. Questo è un vero e proprio talento dell’album stesso”.

Stanley Donwood, Trade Center (1999)
Il mondo attraverso gli occhi del “Bambino A”
Se invece dovessimo provare ad immaginare che cosa vede “Kid A” con il suo sguardo, probabilmente finiremmo immersi in un’opera di Stanley Donwood, illustratore e a tutti gli effetti collaboratore visivo dei Radiohead, con cui lavora da più di 30 anni. Donwood rappresenta “l’estetica del collasso”, paesaggi spogli e crudi che rappresentano una visione brulla di un mondo esteriore ma soprattutto interiore, come se fosse avvenuto un cambiamento e l’individuo, accompagnato dall’ambiente che lo circonda, avessero deciso entrambi di accettarlo, senza ribellione ad esso. La politica e la società del XXI secolo sono racchiusi nel Bambino A, egli non parla direttamente con loro e di loro, è intrappolato in un limbo (parola che troviamo nella tracklist) di accettazione e rassegnazione a ciò che sta a rappresentare il mondo che lo accoglie. La politica e la società nell’album non vengono rappresentate tramite slogan, ma dalla stessa cupa atmosfera della sua musica. In essa e nei suoi testi, non troviamo leader, non troviamo un sistema esplicitamente nominato e denunciato, c’è solo un clima di smarrimento e dissoluzione dello stesso individuo. È come se quest’ultimo fosse stato assorbito da un mondo mutato che si è talmente diffuso da non aver più una forma o un volto. In Ok Computer avevamo ancora, bene o male, un individuo ancora esistente, riconoscibile. Egli ha paura, combatte, protesta. In Kid A l’umano si disumanizza, perde coerenza e contorno, perde narrazione: i brani hanno frasi spezzate, voci effettate, synth cupi, interferenze radio. L’essere umano diventa un frammento della società contemporanea.
Il Bambino A incontra Mark Fisher
Nel suo libro Capitalist Realism: Is There No Alternative? Mark Fisher, filosofo e sociologo britannico, sosteneva che il capitalismo contemporaneo non si presenta più come un’ideologia tra le altre, ma come l’unico orizzonte possibile. Kid A in effetti, non immagina un’alternativa, il tutto rimane sospeso in un vuoto senza soluzioni, prese di posizione o miglioramenti. Fisher elaborerà questa sensazione sociale, nel libro sopracitato, quasi dieci anni dopo. L’individuo è dissolto in una realtà capitalista “no-logo” (titolo di un libro, tra l’altro, che ha influenzato moltissimo Thom Yorke) perché in effetti i Radiohead nell’album non citano ne incolpano nessuno di questo torpore esistenziale: non ci sono nomi, loghi, pubblicità, politici o multinazionali. Nel realismo capitalista di Fisher, il potere diventa impersonale, non abbiamo più un’entità concreta da incolpare ma bensì c’è una logica, c’è un ambiente e soprattutto c’è una normalità perenne e perpetua. Gli stessi Radiohead non segnalano una via d’uscita a tutto ciò: l’album termina con “Motion Picture Soundtrack” che non rappresenta una scappatoia ma è qualcosa di molto più vicino alla dissoluzione. Quindi, alla fine di tutto, chi è il nostro Bambino A? È un io collassato da una realtà invisibile ma opprimente, catalogato ed etichettato, immobile. Uno dei tanti soggetti non-soggetti quantificabili.
L’ermetismo “yorkiano”
Abbiamo detto che Thom Yorke non diede mai spiegazioni esplicite della simbologia che sta dietro alla spina dorsale di Kid A, il cantante era in un periodo particolare della sua vita (quasi pronto a mollare tutto per la depressione dopo il lungo tour di Ok Computer) e probabilmente decise di non esporsi, ma: gli spunti a un’interpretazione molto aperta non mancano e, soprattutto, più avanti il leader della band di Oxford si “sbottonerà” più facilmente. Stavo rileggendo un vecchio numero di XL de La Repubblica di marzo 2013 (avevo 17 anni e pochi mesi prima avevo visto i Radiohead a Firenze, ero ancora sconvolto) dove Gianni Santoro intervista Thom Yorke. Se prima le chiavi interpretative di accesso hanno dovuto scovarle fan e critici musicali, qui il cantante britannico cambia decisamente tono, dalla riservatezza del periodo Kid A passiamo a una rabbia politica dichiarata: “Come si fa a non essere disgustati da tutta la politica? […]. C’è stato l’inizio della crisi delle banche e la risposta, il movimento Occupy. E quando i governi hanno deciso di difenderle e di rimettere su un sistema che non si reggeva, di iniettarvi un sacco di soldi del ca**o, allora s’è capito che non c’era molta speranza. È difficile capire per quale motivo non ci sia gente ovunque per le strade a manifestare. Perché non diamo fuoco alle case dei banchieri? Scusate se lo dico… Questa gente è responsabile, non bisogna fargliela passare liscia. […] Questa è una guerra contro un livello superiore di capitalismo”. E aggiungerà: “È un sistema malato. Non abbiamo più politica”. Vi ricorda qualcosa? Nessun nome, nessun logo, nessuna pubblicità, nessun politico ma un problema sociale enorme. Quindi, tirando le somme, Yorke sembra mettere in atto un ermetismo molto “furbo”, nei propri lavori sembra volerci portare nel suo detto non-detto, ad elaborare nostre interpretazioni (ed è proprio questo il bello) per poi negarle, quando invece è proprio quello che voleva comunicarci.

Stanley Donwood, Residential Nemesis (1999)

