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Nel febbraio 1996 (Wikipedia EN certifica la pubblicazione al 5 febbraio 1996, Wikipedia IT il 20 febbraio) usciva uno degli album più famosi di Nick Cave con i suoi Bad Seeds, un collettivo che ha sfornato talmente tanti album enormi che ognuno ha il suo preferito. Però “Murder Ballads” è un mondo a parte. Leggiamo perché.
Volontà o follia?
La cronaca nera ha un fascino perverso. Ma ce l’ha. Non si sa perché l’uomo abbia interesse a certi racconti macabri, dell’orrore, di persone che uccidono persone, ma io credo sia perché ci si chiede sempre il discrimine tra volontà e follia, tra lucido obiettivo e non comprensione delle azioni finanche alla ipotetica (e praticamente impossibile) “sfortunata” serie di coincidenze. Si analizzano i dati cercando risposte che invece sono solo nel cuore dei colpevoli. Si valutano le circostanze per capire sentimenti, inutilmente. Ma la successiva notizia si torna a fare lo stesso.
Ecco, Murder Ballads è tutto questo, e sia musicalmente che a livello di testi immerge immediatamente in quell’atmosfera, in quel voyerismo, in quelle domande irrisolte. E’ stato il marito ad uccidere Joy nell’iniziale “Song Of Joy”? E il barista dell’albergo alla fine lo colpisce? I dubbi amletici continuano lungo tutte le songs sporche di sangue, fino ad arrivare alla scelta (questa sì) di chiudere con “Death Is Not The End”, cover di Bob Dylan, come a dire che tutto quel percorso oscuro percorso lungo le precedenti nove canzoni era solo una parentesi, una specie di scherzo, perché Cave sa – da buon cristiano – che c’è dell’altro dopo. (Paolo Bardelli)

L’album che trasformò il macabro in arte
Febbraio 1996: il mondo della musica scopriva che il delitto poteva farsi arte. Con “Murder Ballads”, Nick Cave & the Bad Seeds pubblicarono un concept album cupo e viscerale che tra omicidi efferati e vendette implacabili, riuscì a trasformare il “macabro” in un successo commerciale senza precedenti. Il cantautore australiano, fondendo l’immaginario biblico con l’irruenza del post-punk riuscì a creare un disco unico.
Uno dei punti forti risiede nelle collaborazioni, come nell’improbabile ma magnetico duetto con Kylie Minogue in “Where the Wild Roses Grow”, una ballata eterea e conturbante che scosse i fan della popstar, e come nella altrettanto intensa “Henry Lee”, dove la tensione tra Cave e PJ Harvey è ancora oggi tangibile. Splendida è anche la brutale reinterpretazione di “Stagger Lee”, che ancora oggi è talvolta il momento più selvaggio e iconico dei concerti della band. Più che un semplice “catalogo di crimini”, l’album esplora il confine sottile tra amore e violenza con una profondità e un’ironia nera inarrivabili.
A tre decenni di distanza, queste canzoni non hanno perso il loro fascino inquietante, confermandosi come il testamento di un’epoca in cui il rock non aveva paura di fissare l’abisso negli occhi. (Raffaele Concollato)
Tra dannazione e purezza
Compie trent’anni la poesia brutale e pallida di Murder Ballads di Nick Cave and the Bad Seeds. Siamo di fronte a uno degli album del gruppo più apprezzati dalla critica e dal pubblico, forse uno dei primi momenti in cui gli spettatori del cantautore australiano e della sua meravigliosa band si sono moltiplicati vertiginosamente, complici alcuni notevoli collaborazioni presenti del disco e un momento storico che sembrò particolarmente favorevole a “introdurre” Cave in un panorama musicale non più soltanto alternative ma pienamente mainstream, la violenza e l’ineluttabilità del comportamento umano risplendono con una magia dolorosa e diabolicamente leggiadra.
Per la maggior parte tradizionali o cover rivisitati con una modernità spiazzante, i brani contenuti in Murder Ballads camminano con malizia e di soppiatto come gli spietati personaggi di cui descrivono le azioni. C’è tempo e spazio per il dolore e per il lutto, ma insieme a ciò quello che emerge è la natura spietata e incontrollata di certi tipi umani, che oltre a sconvolgerci e a scandalizzarci finiscono per destabilizzarci e spaventarci: esseri umani come noi sono stati capaci di ciò, e se è più semplice immedesimarsi nelle vittime restiamo nudi e paralizzati mentre Cave e soci ci ricordano che è così facile imbattersi in un mostro e rendersene conto troppo tardi.
Se una riflessione come questa non è di certo nuova, l’eleganza e la cinica schiettezza con cui i Bad Seeds vestono queste dieci narrazioni rendono il disco una perla assoluta per quanto concerne sia l’aspetto musicale sia il lirismo. Due pezzi firmati da Cave, “Songs of Joy”, gravida di ansia e di tremendi presagi prima di giungere alla vulcanica esplosione finale, e la lunga ed epica “O’Malley’s Bar”, della durata di quasi un quarto d’ora, narrazione di una strage in un bar scandita da pennellate demoniache di chitarra e da un andamento e da un ritmo free-jazz spaventoso, sono, a detta dello stesso Cave, le composizioni che hanno dato il via al progetto.
Murder Ballads nasce, quindi, come prosecuzione naturale dei fils rouges che quei due brani tracciavano. Si tratta, è quasi superfluo ricordarlo, di una tradizione che non soltanto per Cave è di enorme rilevanza: quasi tutti i grandi cantautori, infatti, si sono a un certo punto confrontati con essa. Il serrato contrasto tra dannazione e purezza e tra innocenza e colpevolezza era sempre stato un tema centrale per il cantautore australiano e qui emerge ancora una volta con grande nettezza. Un album di questo genere, con tali premesse e alla luce di alcune collaborazioni prestigiose, non poteva che rappresentare l’inizio di una nuova fase nella carriera, e nella ricezione da parte del pubblico, dei Bad Seeds.
Così l’album prende forma, due anni dopo Let Love In e in un panorama musicale particolarmente accattivante e mutevole. Tutto in Murder Ballads funziona e la stringente tematica del concept che racchiude ne accresce la portata e la forza. Le caotiche esplosioni di “The Curse of Millhaven” catapultano l’ascoltatore in una delirante follia sanguinaria da cui non si può uscire vivi, il raffinato e tossico walzer di “Henry Lee”, cantato con PJ Harvey, ci trasporta dentro a una nube di vendette e di colpe, la leggiadra collaborazione con Kylie Minogue di “Where the Wild Roses Grow” ci ipnotizza fino a condurci nelle pieghe più livide di un atroce crimine passionale, la dolce e fiabesca “The Kindness of Strangers” nasconde un omicidio brutale tristemente annunciato, la diabolica e magmatica “Stagger Lee” si insinua fin sotto alla pelle descrivendo una figura che incarna il male in persona. La conclusione affidata a una cupissima ballad di Bob Dylan, la poco nota “Death Is not the End”, è tutt’altro che conciliante: il tono austero di coloro che si avvicendano al canto pennella di una macabra ironia il cinico quadro che il testo dipinge.
Trent’anni dopo la sua uscita, Murder Ballads conserva la potenza che in origine aveva lasciato di stucco sia i fan di lunga data di Cave sia i nuovi adepti, rimanendo uno degli episodi cruciali della sua carriera, un album che ne evidenzia ancor di più le doti di oscuro profeta e di narratore geniale che già avevano contraddistinto i suoi precedenti lavori e che qui, complice la materia dei brani, vengono ancora di più esaltate. La passione e la violenza come forze ineluttabili e in un certo senso incontrollabili per gli esseri umani in Murder Ballads emergono in tutta la loro spietata potenza. (Samuele Conficoni)
«Che diavolo di disco è questo?»
«Ricordo che quando finimmo di lavorare al disco e lo registrai su nastro, dissi a mia madre, con cui vivevo all’epoca: «Ehi, mamma, ho il mio nuovo disco, ti va di sederti ad ascoltarlo?». Lei era entusiasta. Così misi il nastro, mi sedetti sul divano e dopo tre o quattro canzoni cominciai a pensare: “Ma che diavolo di disco è questo… è semplicemente grottesco e disgustoso”. Ma mia madre mentre ascoltava continuava ad essere entusiasta: “È fantastico, oh, lo adoro!” Allora le ho detto: “Ok, continua ad ascoltarlo, io vado a farmi un bagno caldo o qualcosa del genere…”. Quindi sono d’accordo, è un disco piuttosto disgustoso».
In questo storico scambio tra Sebastian Stebe e Nick Cave in un’intervista di inizio 1996 per il magazine svedese POP emerge forse l’essenza di “Murder Ballads”, l’opera fino a quel momento più “pop” e “commerciale” della complicata parabola esistenziale di Nick Cave. “Murder Ballads” suonava come il disco musicalmente e melodicamente più accessibile della sua carriera (grazie all’apporto dei Bad Seeds prossimi al loro apice compositivo e creativo). Ma al tempo stesso si manifesta in tutti i suoi eccessi come quello più respingente. Nei toni quasi grossolani su cui deraglia il suo espressionismo noir che aveva affinato nel suo trasferimento da Berlino a San Paolo. E nei temi e nelle storie e nelle storie vivide, nude, spudorate e indiscrete che ci racconta privo di filtri e di speranza in “Murder Ballads”. Siamo nel cuore degli anni Novanta e con gli occhi di oggi non si fa molta fatica a immaginare gli stessi testi, in questo inedito parossismo nickcaviano, come i testi di un album di qualsiasi altro genere musicale.
Da questo momento in poi probabilmente, come testimonieranno gli album successivi, Nick Cave diventa qualcosa di altro e non più semplicemente l’evoluzione “d’autore” del tormentato frontman dei Birthday Party. (Piero Merola)

