Share This Article
Solo musica di qualità al Covo di Bologna può dare calore a una fredda domenica di fine novembre. Il primo concerto italiano dei Wombo – Sydney Chadwick (basso), Cameron Lowe (chitarra) e Joel Taylor (batteria) – si eleva al di là delle migliori aspettative, grazie a un sound originale e al magnetismo di una frontwoman dalla voce cullante e evocativa.
Aprono la serata i Liquid Words, band formatasi a Brescia nel 2021. Da subito impegnato in una ricerca sonora che si muove tra il post-punk più “art” e il noise rock, le composizioni di questo quartetto arrivano ad esplorare ambienti dagli echi no-jazz oscuri, caotici, quasi psichedelici. Presentano l’esordio sulla lunga distanza The Dept. Of Corrections Praises Imperfections, autoprodotto e pubblicato nel 2024 dalla Kandinsky Records. Giovani e bravi, con un look nel vestire identico tra i membri – in stile Kraftwerk o The Hives per capirci.

Attivi dal 2016, i Wombo si sono costruiti una traiettoria unica, nelle stesse coordinate della loro label Fire Talk – Cola, Mandy Indiana – muovendosi con naturalezza tra sperimentazione e pop obliquo con melodie ipnotiche, riff angolari e atmosfere sospese tra inquietudine e leggerezza.
Vantano una discografia frastagliata, che ha negli ultimi LP “Fairy Rust” del 2022 e il nuovo “Danger in Fives” i suoi fiori all’occhiello. L’avventurosa “Snakey” li lancia sul palco e da quel momento catalizzano l’attenzione dei tanti spettatori, accarezzandoli con la title track dell’ultimo lavoro, minimale e in bilico tra Broadcast e Deerhoof.
In alcuni momenti mi sembra di ascoltare degli Young Marble Giants…con la batteria. Di certo sono vicini a quelle esperienze (vedi pure The Raincoats, l’indie di scuola K Records) più che al post-rock dei conterranei Slint, seppur nell’asciuttezza possono ricordarli. “Cloud 36” e “S.T. Tilted” dall’ultimo album aggiungono alla formula il math-rock e un’indie svelto, nervoso ma ballabile. “Slab” può essere la cartolina migliore dell’amalgama del trio, che come evidenziato dagli addetti ai lavori, vale più nell’insieme che presi singolarmente.

Considerati giustamente tra i nomi più stimolanti del panorama indipendente americano, i Wombo dimostrano un’attitudine curiosa e fuori dagli schemi, evidente in perle come “Neon Bog” o la giocosa “Below The House”. Appassionando fan di diverse generazioni che li hanno fermati dopo il live per scatti e autografi, riconoscenti per l’empatia e la profondità insite in canzoni semplici solo in superficie.
Tra momenti di tensione elettrica (“Spyhopping”) e passaggi più rarefatti (“RVW”), Sydney, Cameron e Joel si prendono il Covo con umiltà, suonando tanto classici quanto moderni.



