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#tbt #throwbackthursday
Nel fermento del punk californiano di inizio anni ’80, Orange County era un crocevia di band destinate a lasciare il segno: Adolescents, D.I., Social Distortion, Shattered Faith… In questo contesto nascono anche gli Agent Orange, distinguendosi da subito per un approccio diverso: unire la velocità e l’urgenza del punk a melodie e ritmiche prese dal surf anni ’60.
Il loro esordio “Living in Darkness” (1981) li consacrò come pionieri del cosiddetto surf-punk, ma cinque anni dopo, con “This Is the Voice” (1986), la band guidata da Mike Palm decise di spostare il tiro e contaminarsi con i suoni tipici del decennio.
L’album segue la pubblicazione dell’EP “When You Least Expect It…” (1983), che presentava già sonorità più levigate e anni ’80, con in più una cover bella tirata di Somebody to Love dei Jefferson Airplane e la versione surf strumentale di Bite the Hand That Feeds. Non a caso, “This Is the Voice” può essere visto come la naturale estensione di quell’EP, tanto che i due lavori saranno poi riuniti in CD nell’edizione “Sonic Snake Session” (2003, Restless Records).

Un suono diverso, tra new wave e brani da riscoprire
Il trio Mike Palm, James Levesque e Scott Miller rimane lo stesso del debutto, e la compattezza si sente. Ma “This Is the Voice” non è la copia di “Living in Darkness”: qui gli Agent Orange scelgono un suono più curato e levigato. Alla produzione c’è Daniel R. Van Patten, ex membro della prima incarnazione dei Berlin: proprio gli stessi che, pochi anni dopo e con una formazione ormai diversa, avrebbero conquistato il mondo con Take My Breath Away prodotta da Giorgio Moroder per Top Gun. Un contrasto che dice molto su come le strade musicali potessero divergere in quegli anni.
Il risultato è un album che guarda oltre il surf-punk, flirtando con la new wave e, in alcuni episodi, persino con il power pop. Fire in the Rain è il vero gioiellino: un pezzo scintillante, tra chitarre angolari e un ritornello luminoso, che avrebbe meritato molta più fortuna. Pare che Mike Palm abbia raccontato a un fan che il brano si ispira alla scena della rissa in The Outsiders (1983, Coppola). E non è tutto: Fire in the Rain comparirà anche nella colonna sonora del film cult River’s Edge (1986), rafforzando il legame tra la musica degli Agent Orange e l’immaginario cinematografico di quegli anni. I Kill Spies, invece, è uno dei momenti più caratteristici: costruito su un riff che sembra uscito da una colonna sonora di spionaggio alla 007, è seducente pur con un velo malinconico, amplificato dalle sonorità riverberate.
Paranoia, sogni e un finale aperto
Nei testi domina la tensione interiore: la paranoia urbana di Voices in the Night, la fuga nel sogno di In Your Dreams Tonight, fino al contrasto fra empatia e tradimento di Bite the Hand That Feeds. È un disco che parla più di paure intime che di ribellione sociale, e proprio per questo conserva un’attualità sorprendente.
Il finale con This Is Not the End è emblematico: ironico e metamusicale, ricorda i limiti fisici dei solchi di un vinile ma ribadisce che “non è la fine”. Una chiusura aperta e ambigua, che lascia spazio alla speranza.
Un disco da portare alla luce
Forse non ha avuto la risonanza del debutto, ma “This Is the Voice” resta una perla nascosta della seconda metà degli anni ’80: un album che colloca gli Agent Orange nella piena estetica del decennio, senza tradire l’intensità punk delle origini.
Rimettere oggi sul piatto “This Is the Voice” significa tornare a un momento in cui il punk californiano provava a crescere senza perdere la propria urgenza. Non è il disco che ti aspetti dagli Agent Orange, ma è proprio per questo che sorprende: dentro ci trovi paranoia e malinconia, ma anche melodie che restano in testa e canzoni che sanno ancora emozionare. Un album che all’epoca passò forse in sordina, ma che oggi merita davvero di essere riscoperto.
(Saverio Paiella)

