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L’umanità prima di tutto
“I pezzi imperfetti sono ciò che rende la musica umana”: così ha dichiarato Reuben Haycocks, chitarrista e cantante dei Westside Cowboy al Guardian, e basterebbe questa affermazione per drizzare le orecchie alla musica del quartetto di Manchester. Ma per fortuna è la musica stessa dei Westside Cowboy che è un’epifania, e lo è fin dai loro ep “This Better Be Something Great” (2025) e “So Much Country ‘Till We Get There” (2026). Confermata da questo primo lavoro sulla lunga distanza, una assoluta boccata d’aria fresca in questo ritorno dalle ferie.
L’imperfezione, dicevamo. Ecco, mi dispiace autocitarmi, ma è uno dei concetti base delle conclusioni del mio libro “Musica Eterea“, uscito da pochi giorni, perché in un’epoca di algoritmi e intelligenza artificiale quello che ci vuole è l’errore, la soluzione inaspettata, il tentativo. Insomma, l’umanità. Sarà quello che farà la differenza, d’ora in poi. Essere se stessi, fregarsene delle convenzioni, andare controcorrente. Di questa immediatezza “It Goes On” ne è impregnato fino alle midolla, e quindi la loro affermazione è confermata in tal senso.
Meno per quanto riguarda la sorpresa e il seguire percorsi inaspettati: la musica dei Westside Cowboy è in realtà molto codificata, è un indie-folk che tende al pop semplificando piuttosto che complicando, che segue cioè la strada inversa rispetto ai Black Country, New Road a cui spesso sono affiancati. Ma anche su questo sono coerenti, avendo dichiarato a Under The Radar che Il loro obiettivo non è inventare qualcosa di mai sentito, ma fare un disco che “ci ricordasse tutti quei lavori che ci hanno fatto innamorare della musica”. E su queste canzoni si può benissimo sognare, per cui sì, anche qui bersaglio colpito.
“Put simply, we wanted to make an album for our younger selves, one that reminded us of all those records that made us fall in love with music.”
Tra crescendo e radici folk
I brani hanno dei coinvolgenti crescendo di climax con finali pazzeschi, come nell’iniziale “Kick Stones” (The Boys)” o come in “Patchwork”, ma alle volte suonano anche più minimal-roots, come degli Wilco che fanno una session con i Belle And Sebastian (“Dobro”). La spensieratezza la fa da padrone, e i riff si sprecano (“Worried Age”, “Coyote”), ma non bisogna pensare a un disco solo sbarazzino: il gruppo mancuniano, se vuole, sa anche dosarsi in ballad languide (“Take My Leaving As I Love You”, “Big Wheels”) che spezzano un po’ il ritmo e diminuiscono quel loro essere arrembanti.
Ma tutto è così fresco che suona via veloce e coinvolgente, bello come la gioventù.
Un esordio necessario
Un esordio da cui non si potrà prescindere, in questo 2026, e dei nuovi giovani alfieri del rock chitarristico di cui, sinceramente, si sentiva il bisogno. Perché non occorre per forza essere dei pionieri, ma essere sinceri e pieni di amore vitale, questo sì.
82/100
(Paolo Bardelli)

