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Immaginate di essere distesi sulle sponde di un fiumiciattolo nel mezzo di una riserva naturale. L’acqua scorre lentamente, gli alberi fanno ombra e l’aria è fresca anche nelle ore più calde. C’è chi si tuffa, chi resta a mollo per ore, chi si bagna solo i piedi godendosi la quiete. Intorno, qualcuno dorme con una maglietta sul viso, qualcun altro strimpella una chitarra, altri ancora fanno yoga. In un contesto simile, ci si dimentica quasi di essere a un festival musicale. Così, quando in lontananza arrivano le note dei primi concerti del giorno, la tentazione è restare lì, rimandando almeno per un po’ l’idea di doversi avviare verso il palco. È questa la bellezza paradossale del Paredes de Coura: un festival che ne ribalta la logica stessa, dove la musica non è più al centro ma una delle tante scuse per esserci.

Per comprendere meglio questa dinamica, però, è necessario dare un’occhiata al panorama dei grandi festival europei contemporanei. Barcellona, per esempio, è diventata una capitale mondiale della musica dal vivo, con il Primavera Sound come punto di riferimento. Oppure il C2C di Torino, un caso a parte per la sua direzione artistica d’avanguardia, le tempistiche (si svolge in autunno, non in estate) ed un’estetica cupa-minimalista. O ancora Parigi con il Rock en Seine e Roma con lo Spring Attitude, città ricche di storia e attrazioni culturali. In questi casi la dinamica è più o meno scritta: si dorme in hotel, ostelli o appartamenti, mentre di giorno ci si perde tra musei, ristoranti e tour urbani, facendo diventare il festival una parentesi all’interno di una vacanza più ampia.

All’estremo opposto ci sono i colossi in cui il campeggio è praticamente l’unica alternativa: Glastonbury nel Regno Unito, Pukkelpop in Belgio, Roskilde in Danimarca, dove metropoli (o meglio tendopoli) temporanee sorgono nel nulla, con numeri impressionanti. La natura non manca, ma lo scenario è quello di una distesa infinita di terra e tende, dove non è la città a intrattenere, bensì le attività pensate appositamente per i giorni del festival. In entrambi i casi (che si tratti di una grande città come Barcellona o di un’enorme distesa di campeggio come Glastonbury) il fulcro resta sempre la lineup. Il luogo è funzionale alla musica, quasi mai il contrario. E quando arriva una certa ora, l’urgenza è di catapultarsi nell’area festival per vedere l’artista preferito di turno.

Al Paredes de Coura la situazione è diversa. Il festival si tiene nel nord del Portogallo, a pochi chilometri dalla riserva naturale di Corno de Bico, vicino al confine spagnolo con la Galizia. Anche in questo caso il campeggio è una condizione quasi obbligatoria. La differenza è che i numeri sono molto più contenuti (il festival accoglie circa ventimila persone al giorno rispetto alle centinaia di migliaia dei giganti citati), ma soprattutto la natura è la vera protagonista. Alberi ovunque, prati che sembrano campi da golf e il fiume Coura, dove la gente passa intere giornate a bagnarsi, chiacchierare con amici vecchi e nuovi, o galleggiare su gonfiabili a forma di fenicottero. C’è persino un palco, il Jazz Na Relva, piazzato proprio accanto all’acqua, dove durante il giorno si alternano gruppi R&B, jazz e soft rock, alimentando questa dimensione di relax.

Di norma, nei festival c’è sempre una specie di ansia da prestazione. Avendo pagato il biglietto, si sente il dovere di sfruttarlo fino all’ultimo minuto. Così si finisce per correre da un palco all’altro con l’orologio in una mano e la timetable nell’altra. A Paredes, invece, succede l’opposto. Certo, anche qui il biglietto ha un costo, e prima o poi sottopalco ci si butta. Ma la cosa sorprendente è che spesso e volentieri si finisce per saltare i concerti perché l’immersione in una cornice così rilassante e naturale suggerisce che si possa semplicemente restare lì, da soli o in compagnia, senza la percezione di perdere qualcosa. È questo il raro ribaltamento del Paredes, in cui, invece di essere vincolati alla lineup, ci si concede il lusso di ignorarla senza troppi rimpianti. È paradossale? Forse, ma è anche il motivo per cui resta uno dei migliori festival d’Europa.

Le foto a seguire, come quelle precedenti, sono tutte a cura di Hugo Lima, scattate durante l’ultima edizione 2026:











