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Gli Oasis come pretesto per raccontare l’Inghilterra
Se si apre una biografia rock standard, la scaletta è presto detta: infanzia difficile in periferia, il primo accordo rubato, il successo planetario, litigate furiose e la reunion nostalgica per pagare gli alimenti o riempire gli stadi. Ma c’è una categoria di libri, a riguardo, decisamente più rara e affascinante: quella di chi decide di non fare il guardone dal buco della serratura del rock ’n’ roll e preferisce usare una band come una chiave inglese. L’obiettivo? Smontare un’intera nazione, bullone dopo bullone, per vederne l’intelaiatura nascosta. È esattamente quello che fa il musicista e scrittore Giulio Carlo Pantalei nel suo In Inghilterra con gli Oasis (Giulio Perrone, 2026). Un libro che è un pretesto. Laddove il vero protagonista non è il monociglio fiero dei fratelli Gallagher, ma la Gran Bretagna stessa. Ebbene, evitare la palude della nostalgia quando si parla di Britpop è un’impresa titanica, si sa. Il rischio di scrivere l’ennesimo biglietto d’auguri per i trent’anni di Definitely Maybe era altissimo. Pantalei, invece, si traveste da antropologo culturale e si infila dritto dentro una playlist, usandola come una mappa geografica e sociale. Dimentichiamoci dunque il turismo della memoria fatto di selfie davanti alla casa natale di Noel. Qui si fa della sana ricerca sulle condizioni ambientali che permettono a un mito di nascere dal basso. Il viaggio tocca stazioni ferroviarie che sembrano rimaste ai tempi della British Rail, pub aperti dalle undici del mattino e campi di calcio spelacchiati. Perché una bella canzone non nasce mai in vitro. Nasce da un autobus preso all’alba sotto la pioggia per andare a timbrare il cartellino, da una fabbrica che chiude e da una famiglia troppo rumorosa. Le canzoni, ci ricorda l’autore, sono solo “geografia compressa in tre minuti e mezzo”.
Manchester, fabbrica di identità e di canzoni
Il centro di gravità permanente del racconto è inevitabilmente Manchester. Una città magica e contraddittoria, che ha sempre prodotto musica nello stesso modo in cui altre realtà industriali sfornavano acciaio o automobili. Pantalei ne analizza l’evoluzione con un’attenzione quasi urbanistica, spiegando come la disoccupazione e le crisi post-industriali siano state miracolosamente convertite in accordi di chitarra dagli Joy Division fino agli Oasis, passando per gli Smiths e gli Stone Roses. Manchester è il laboratorio perfetto in cui l’Inghilterra ha imparato a reinventarsi come marchio culturale dopo aver perso la propria funzione economica. In questa epopea, Liam e Noel Gallagher smettono di essere le maschere da commedia dell’arte a cui ci ha abituato il pettegolezzo musicale. Diventano i simboli di una tensione perenne tra disciplina e caos: Noel progetta e costruisce le fondamenta delle canzoni, Liam dà loro fuoco con l’istinto e un gesto teatrale. Insieme hanno rappresentato l’ultima favola operaia. Due ragazzi arrivati dalla periferia di Burnage senza chiedere il permesso a nessuno, privi dei modi sofisticati del rock intellettuale londinese, ma armati di un’arroganza che oggi, a guardarla bene, appare quasi rivoluzionaria.

La colonna sonora della Cool Britannia
Il libro ha l’ambizione di infilarsi nelle crepe della storia sociale inglese. L’ascesa degli Oasis fotografa quel momento esatto degli anni Novanta in cui l’Inghilterra cercava disperatamente di scrollarsi di dosso l’eredità di Margaret Thatcher. Era l’era della Cool Britannia, di Tony Blair che conquistava Downing Street promettendo un ottimismo moderno che sembrava poter cancellare i conflitti di classe. Sappiamo tutti come è andata a finire e quanto quella stagione sia stata un gigantesco equivoco. Ma l’autore evita la trappola del cinismo del “senno di poi”. Preferisce ricostruire l’autenticità di quel momento, raccontando la speranza collettiva senza trattarla come ingenuità. Con una prosa fluida ed elegante che evita sia l’accademismo polveroso sia la superficialità del giornalismo d’occasione, Pantalei si inserisce in quella nobile tradizione saggistica (alla Nick Hornby o Simon Reynolds) che considera la musica pop una formidabile lente di storia sociale. Il valore aggiunto, per il lettore, sta proprio nello sguardo “esterno” dell’autore: abbastanza colto da evitare i cliché delle cabine telefoniche rosse, ma dotato ancora di quella sana capacità di stupirsi che il critico britannico rischia di perdere per assuefazione. Non è importante conoscere a memoria la discografia della band. Alla fine rimane il bellissimo inganno del titolo: quello di pensare che gli Oasis fossero la guida del viaggio, e invece scoprire che è l’Inghilterra il solo strumento a disposizione per capire gli Oasis.
In Inghilterra con gli Oasis. Urban Glory – Giulio Perrone Editore
(Alberto Scuderi)

