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Per dinamiche e complessità di cui da anni e anni si discute, non è affatto scontato in un proliferare di festival e rassegne d’avanguardia distinguersi con un cartellone davvero inedito e in linea con un determinato concept. Ci riescono spesso e volentieri quei progetti dal budget contenuto che senza smanie o manie di grandezza trovano la giusta chiave per condensare in location a effetto una programmazione sui generis, potenzialmente dal respiro internazionale e sostenibile anche a livello di numeri in relazione agli spazi scelti.
Spellbound, il festival torinese organizzato dal collettivo curatoriale ALMARE, per la sua seconda edizione – dal tema “Ears To The Ground” – è stato sdoppiato in due finestre temporali, questa di fine giugno e la prossima del 26-27 settembre 2026.
Tenere le orecchie aperte con attenzione a tutto ciò che accade intorno a sé, per tradurre in italiano l’espressione “Ears To The Ground” è il fil rouge di un’ambiziosa esplorazione multidisciplinare della relazione tra suono, paesaggio e memoria da una prospettiva che vede i paesaggi sonori come agenti in grado di attivare la memoria stessa, ribaltando concezioni della storia filtrate da secoli di pratiche colonialiste e le allucinazioni sonore tipiche di alcune fasi del sonno come una dimensione creativa e liberatoria frutto di percezioni oltre l’ordinario.

Un concept molto profondo e ambizioso questo ideato da ALMARE e che ha trovato spazio ancora una volta nella prime delle due giornate, nell’evocativo Parco dell’Arte Vivente (PAV), centro sperimentale d’arte contemporanea con un territorio verde in continua evoluzione sorto in un’area ex-industriale di circa 23.000 mq. Il momento centrale della prima giornata è stat’ senz’altro lo sleeping concert di Nkisi commissionato in collaborazione con Nyege Nyege. La producer congolese-belga di stanza a Londra è un nome che seguiamo su queste pagine con attenzione dai primi passi della label NON Worldwide da lei co-fondata nel 2015 e poi attraverso diversi suoi set e performance in festival europei, ma molto spesso anche italiani che, come ci ha rivelato, sono le situazioni in cui trova un pubblico curioso, partecipe ed entusiasta a prescindere dalle latitudini e dalle dimensioni dell’evento. Questo Spellbound sicuramente non ha fatto eccezione come qualità del pubblico anche se la partecipazione e il coinvolgimento si manifestavano in maniera del tutto particolare: dormendo. Mai era capitato alla producer di trovarsi davanti a quasi trecento persone pronte per dormire su teli, tappetini e materassini nel corso della sua performance live “Desert Songs”, durata otto ore a partire dalla mezzanotte.
Come ha ribadito Nkisi in uno dei talk della domenica, “la musica noise è nata nel deserto” con i suoni ancestrali difficili anche da descrivere o emulare digitalmente ed è proprio nel deserto che sono state studiate le prime testimonianze di persone che una volta addormentatesi hanno avuto esperienze di allucinazioni sonore. Questo live ipnotico (o per meglio dire ipnagogico) fatto di echi, sussurri di jinn (gli spiriti della tradizione musulmana) e rombi di tamburi che sembrano arrivare da un’altra dimensione è parte della ricerca inaugurata dall’artista con Anomaly Index presentato per la prima volta alla Biennale Musica di Venezia curata da Caterina Barbieri e ha trasformato in un sorprendente rito collettivo tra le luci basse del PAV quello che rappresenta un momento di stretta intimità come il sonno.

Prima dello sleeping concert, l’autore egiziano esule in Germania Haytham el-Wardany ha letto dal suo Libro del sonno (Timeo, 2026), un testo composto di frammenti onirici e folgoranti dove “il sonno, con le sue allucinazioni, genera ragione” e si propone come “una realtà ancora da decifrare”, nella stessa ottica di sfida e orizzonte del concept di questa edizione.
Dopo lo sleeping concert è stato invece commissionato alla ricercatrice e curatrice Chiara Pagano un mixtape da ascoltare insieme durante il momento del risveglio, dopo lo sleeping concert. Il suo contributo “Endless Ends: From Sacred Music to Phantom Sounds on the Brink of a New Dark Age” ha ispirato in maniera decisiva il tema di Spellbound 2026.
Dal tramonto fino al crepuscolo inoltrato un altro degli spazi più suggestivi del parco aveva ospitato la durational performance per impianto multicanale The Vestibule, un’improvvisazione elettro-acustica site-specific che ha immaginato lo spazio interno e l’apice perimetrale ottagonale della Corte del PAV come un vestibolo di un orecchio. Un mix apparentemente inconciliabile, ma suggestivo e molto originale ed efficace anche nei suoi passaggi meno morbidi, di paesaggi sonori urbani e rurali grazie alle trame di Rosso Polare e Giada Pignotti, il loro attraversamento attraverso posizionalità migranti messo in musica e versi da Dania Shihab. A completare il quartetto l’eredità musicale delle antiche popolazioni autoctone del Bashqortistan rivisitate da Stas Shärifullá anche noto HMOT, anche lui protagonista di un altro degli appuntamenti domenicali ospitati dall’Orto Botanico di Torino, con un’intrigante listening session sulla funzione epistemica della musica d’archivio con un approccio critico al Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO a partire dalla sua esperienza di ricercatore e musicista originario della Siberia orientale che cerca di scardinare pregiudizi e percezioni distorte figlie di un approccio occidentalocentrico.

L’altra listening session domenicale, a cura del sound artist e ricercatore Luigi Monteanni (co-fondatore con Matteo Pennesi della label collettivo Artetetra nata anch’essa nel 2015 cui è stata affidato il djset conclusivo a quattro mani – l’unico del weekend – all’Imbarchino) ha avuto invece come focus le “periferie dell’audio” per sconfessare la convinzione per cui registrazioni e tecnologia ad alta fedeltà documentino la realtà in maniera del tutto neutrale. Non sempre l’ascoltatore capisce ciò che sta percependo per davvero e la mediazione assume un ruolo centrale nell’associare suoni, o paesaggi sonori, a suggestioni e riferimenti. Non sono mancate, in linea con il macro-tema altre due esperienze bonus, come il laboratorio onirico “Levania” a cura di Altalena sul sonno polifasico e l’avvincente esplorazione notturna “Where Plants Dream” guidata da Elisabetta Reali del Dipartimento di Attività Educative e Formative del PAV, alla scoperta (e riscoperta) della flora spontanea del parco tra aneddoti e digressioni su credenze e usi curativi legati a determinate specie presenti.
Per usare le parole del manifesto di questa edizione, le mappe non sono l’unico modo in cui gli esseri umani hanno costruito la conoscenza di un territorio.
Il suono come bussola senza veri punti cardinali di Spellbound vi dà appuntamento a settembre sempre a Torino tra Orto Botanico e Magazzino sul Po per altri momenti di irrituale condivisione.
