Share This Article
13 Aprile, Unipol Arena, Bologna
Un tipo strano, Kevin Parker.
Chi è, in fondo? Un fine ingegnere del suono, con uno sguardo capacissimo di fare incontrare passato e presente? Una rockstar che flirta con il pop (vedi il lavoro di produzione con l’ultima Dua Lipa)? Un ormai adulto padre di famiglia che prosegue la carriera musicale scrivendo nella sua camera/studio e divertendosi come forse mai prima?
Forse è tutto questo, forse è un insieme di anime, forse è come il suo live, un live di grande valore che al netto di qualche alto e basso fa qualcosa che ormai è raro: stupisce.
Eh, sì, stupisce.
Non per la bellezza di un set di luci circolare che plana e risale, si scompone e illumina la scena con laser, effetti e giochi di colore di livello altissimo: diciamo che quella restituisce, se vogliamo, senso al prezzo del biglietto, non proprio basso.

Non per la scaletta in sé, che pure sembra una scaletta che vuole amalgamare, immergere i suoni di “Deadbeat”, l’ultimo album (e forse il primo con voti non eccellenti della carriera di Parker), che con la sua svolta dance, da pura club culture, ha voluto rimescolare l’immagine sonora del progetto Tame Impala.
Un’anima che però nel complesso delle quasi due ore e mezza di live rimane presente ma non centrale.
Perché in fondo la sensazione rimane quella di ascoltare l’immergersi tra psichedelia e ritmi ballabili (ma a ritmo medio, quasi mai eccessivo) in un equilibrio che a questo livello, con questi numeri di pubblico, forse riesce solo a lui, al nostro australiano che vede crescere il proprio pubblico di pubblicazione in pubblicazione.
Questa sera è quasi sold out. In coda sono quasi più le voci che parlano altre lingue, inglese in particolare, che italiano: forse è un caso, ma sorprende.
Un live che stupisce, dicevamo: per quello che Kevin Parker sceglie di fare a metà concerto, in una lunga parentesi che può essere strafottenza, piglio rock o incuranza del pensiero altrui, tutto in eguale misura.

A metà set circa esce dal palco, l’immagine passa sui maxischermi e Kevin cammina lungo il dietro le quinte per un paio di minuti, finché la telecamera si appoggia a terra mentre vediamo i suoi piedi e capiamo chiaramente che è in piedi, di fronte al water, e, sì, sta davvero facendo pipì.
Si pulisce le mani, la musica continua, l’immagine va fuori segnale e dopo un altro minuto o due un nuovo boato, da dietro il parterre, su quello che sarebbe il fondo dei posti in piedi.
C’è una seconda postazione e ora viene tutto suonato da lì: non è più il set futuristico e pieno di laser e luci, è Kevin a casa sua, il mare dell’Australia sullo sfondo, tra cuscini e diverse fonti sonore a produrre le tracce più elettroniche di “Deadbeat”.
Gira le manopole, si sdraia a pancia in su, trasforma l’Unipol Arena nella sua idea di rave producendo per un buon quarto d’ora tre brani centrali dell’album (pensiamo a “Etheral Connection”), quelli più vicini alla rave culture, e lo fa ribaltando tutto: è il dj, ma non è sul palco, è in mezzo alla folla, ma lo vedono, immaginiamo, solo quelli là dietro, in fondo.

Forse prima per quelli sugli spalti in alto e poi per tutti gli altri il protagonista della serata è ora immateriale: siamo ospiti di un dj set privato all’interno di una struttura pensata per migliaia di persone che poi finisce e sfuma di nuovo.
Il resto, prima e dopo, è un tripudio di canzoni per la massima parte indimenticabili, che hanno scritto questi ultimi anni, questa generazione, pur frammentata e diversa quelle precedenti.
Eppure è nell’aria il potere del classico proprio dalla ripresa dopo quel momento sul piccolo palco, con “Let It Happen” e la sua esplosione colorata, ma prima e dopo ci sono tutte le sue canzoni storiche, da “Elephant” a una cantatissima “Eventually” fino ai momenti più pop e ballabili come “The Less I Know the Better” e “Borderline”.
Non è un performer o un cantante indimenticabile, Kevin Parker, e l’impressione è che lui lo sappia, che, se ci sono artisti che godono di qualche maggiorazione nell’approccio fisico dal vivo, lui è più uno da dietro le quinte, che eccelle nel preparare più che nel performare in senso proprio.
E la magia è quindi nella struttura, nei laser, nell’impressionante astronave formata di luci che ruota, si spezza e si segmenta in modi sempre nuovi: quella è pura tecnica visiva.
E parallelamente, però, si sente un desiderio di contatto umano, come se tutto fosse diventato più grande di come fosse nei piani di questa carriera: i piedi dentro ai classici sandali, i diversi momenti di contatto o dialogo con la folla, il reale desiderio di parlare con il pubblico.
Normalmente prima dell’ultimo bis gli artisti rientrano di gran carriera, avendo in tasca le ultime hit da sparare: lui no, almeno non subito. Si siede con le gambe fuori dal palco, conversa, legge i cartelli, si guarda intorno: è un momento di contatto, di respiro.

Chi è in fondo Kevin Parker, dicevamo.
È un eccezionale talento compositivo che ha finito per avere un successo troppo grande rispetto alla naturale dimensione da camera, da ingegnere sonoro proiettato a giocare a fare la rockstar, perché, in fondo, rockstar è diventato.
E lo spettacolo visto ieri sera è un eccezionale parco giochi visivo e sonoro in cui siamo riusciti a vedere e percepire soprattutto l’anima, l’anima leggera e festosa di un popolo sereno e rilassato, che ha ballato e cantato e osservato e alzato le mani al cielo, fino a farsele riempire di cartoncini sparati alti in cielo e capaci di offuscare tutto.
Le orecchie piene, il cuore che rimbomba di note, la pelle attraversata da quei cartoncini che scendono verso terra: forse così ci si vuole sentire oggi, in un mondo che ci spaventa, felicemente anestetizzati.
In fondo anche “Let It Happen” tra il minuto quattro e cinque sembra incepparsi, rompersi e rovinarsi, e invece poi rinasce, più bella di prima.
Bello sarebbe il mondo, se fosse solo fatto di colori e musica.

Setlist
Main Stage
Apocalypse Dreams
The Moment
Borderline
Loser
Breathe Deeper
Gossip
Elephant
Afterthought
Feels Like We Only Go Backwards
Dracula
B-Stage
No Reply
Ethereal Connection
Not My World
Main Stage
Let It Happen
Nangs
Why Won’t They Talk to Me?
Expectation
Piece of Heaven
Eventually
New Person, Same Old Mistakes
Encore:
My Old Ways
The Less I Know the Better
End of Summer

