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La lunga primavera dei Fishmans sboccia sul finire degli anni ’80 e prosegue per tutto il decennio seguente, trovando inizialmente terreno fertile in alcuni singoli contenuti all’interno di oscure compilation. Dalle origini nel solco di un reggae orecchiabile, come quello dell’album di debutto Chappie, Don’t Cry, la band proveniente da un quartiere residenziale di Tokyo, caratterizzata dalla tonalità morbida della voce di Shinji Sato, si specializza in maniera progressiva in un suono armonioso, traboccante e stratificato: un intreccio ritmico che al tempo stesso percorre musica dub, funk e immaginario cosmico.
Se le canzoni ricche di trame ska, hip hop e ballabili erano state fino ad allora la formula dominante, a partire dal 1996 con Kūchū Camp (空中キャンプ) e la bellissima “Nightcruising (ナイトクルージング)“, le cose sembrano prendere una direzione diversa: il suono inizia a dilatarsi, a espandersi e a liberarsi in loop che oltrepassano i confini standard di una canzone. Si definisce allora quello che sarà il marchio di fabbrica del gruppo giapponese: un impasto caldo e accessibile, ma in equilibrio precario e in cerca – o forse no – di definizione.

L’intuizione che cambia tutto arriva a distanza di poco tempo, quando nello stesso anno il gruppo pubblica il singolo “Season”: dare vita a una canzone, proprio nel senso di lasciarla germogliare e sedimentare, senza fretta, come quando si pianta un seme e da questo si sviluppa un giardino pieno di fiori.
Da “Season”, brano di 6 minuti, prende forma un album o meglio, una lunga rielaborazione di 35 minuti, che già dal titolo, Long Season, denuncia le sue intenzioni, costituendone una versione estesa. Ascoltarlo significa entrare in un tempo che non si divide in tracce, ma si estende senza interruzioni, come se la canzone non arrivasse mai a concepire una fine. Proprio quello che si racconta sulla gestazione di questo disco, che sarebbe nato durante un tour, quando i membri della band, hanno detto, parlando tra loro: “Non sarebbe divertente fare una canzone che non finisce mai?“
Get round in the season, get round in the season
夕暮れ時を二人で走ってゆく
風を呼んで 君を呼んで
東京の街のスミからスミまで
僕ら半分 夢の中
夢の中
Corriamo insieme al tramonto| Chiamando il vento, chiamando te| Da un capo all’altro della città di Tokyo| Siamo per metà in un sogno| In un sogno.
Long Season, pubblicato nel 1996 è un sogno in movimento su texture liquide e rarefatte, raccontato come un’escursione diurna in mezzo ai boschi: la natura è la vera cifra estetica dell’album – a partire dalla stessa copertina – che pure non disdegna immagini che vivono, in forma translucida, anche nei richiami abbaglianti della metropoli: le voci che compaiono sullo sfondo descrivono movimenti convulsi in mezzo alla folla, mentre protagonista è l’acqua che filtra da un rivolo montano: i suoni ambientali registrati dal vivo – e corredati dalle foto contenute sul retro copertina dell’album che catturano la band intenta a campionare – contribuiscono a dare materia sonora a un disco che ondeggia tra refrain psych e movimenti vellutati e sinfonici.

Le partizioni risentono del contributo fondamentale dell’ingegnere del suono ZAK e della collaborazione di alcuni musicisti esterni tra cui UA e MariMari, il chitarrista Taiji Sato e il percussionista Asa-Chang. A una sezione intermedia a base di collage e suoni ambientali, segue una sessione centrale incentrata sulla batteria di Kin-ichi Motegi. Frasi di pianoforte si ripetono in modo ossessivo intervallate da linee di basso e dagli evocativi e luminosi interventi vocali di Sato, che specialmente sul finale, si fanno sempre più intensi e conturbanti. Tutti elementi che tornano a riproporsi in un ciclo ipnotico.
Nonostante l’album si presenti come una grandiosa costruzione da studio, la band decide di riproporlo dal vivo, operazione tutt’altro che scontata. Tra il novembre e dicembre 1996 prendono forma i primi concerti; uno di questi, il live del 26 dicembre all’Akasaka Blitz, verrà pubblicato successivamente su CD, contribuendo a consacrare Long Season come un vero e proprio oggetto di culto anche presso il pubblico occidentale, riscoperto soprattutto nell’ultimo decennio attraverso una circolazione sotterranea tra forum e siti specializzati (nel 2024 la rivista Paste lo ha incluso tra i migliori album di tutti i tempi).
La morte di Shinji Sato, che soffriva di problemi cardiaci, arriva a soli 33 anni, proprio nel momento di maggiore riconoscimento, a pochi mesi di distanza dal tour. Anche in tempi recenti i Fishmans hanno continuato a pubblicare materiale, mantenendone viva la memoria. Le loro intuizioni restano radicate nella scena underground giapponese — tra dub, psichedelia, lounge, funk e jangle — contribuendo a definire il genere Shibuya-kei. Il documentario The Fishmans Movie uscito nel 2021 offre uno sguardo di insieme per chi volesse approfondirne la parabola.
Come certe stagioni che non hanno mai fine, Long Season resta un flusso: qualcosa che non si chiude mai davvero, ma rimane sospeso e in continua trasformazione nel tempo.
(Eulalia Cambria)


