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Se si pensa che il cinema asiatico parli un’altra lingua si cade in errore. La globalizzazione ha toccato ormai, oltre che i beni materiali, anche le idee e gli scritti (le sceneggiature) cinematografici. Tipico esempio il film Girl (Nühai) di Shu Qi (che ha inaugurato l’Asian Film Festival, che si svolge dal 7 al 15 aprile al Cinema Farnese di Roma).
Il film comunque si distingue dalle altre produzioni asiatiche perché è stato prodotto e parla di Taiwan (che non è Cina a non è neanche occidente). Un mix di entrambi che soprattutto mostra come “tutto il mondo è paese” e soprattutto per la regista Taiwanese Shu Qi emigrata ad Hong Kong, sembra trascendere il tempo e la geografia, in quanto tutto è internazionale.
Le sue tematiche sono infatti oltre che semi-biografiche, piene di contenuti, stereotipi orientali occidentalizzati.
Sull’importante ed attuale discorso della violenza maschile sulle donne (frutto in molte parti dell’Asia del patriarcato su basi religiose confuciane), la visione reiterata di abusi molto violenti, come pugni e calci e stupri (ogni volta che il padre-padrone Chiang- Roy Chiu è in scena ribadisce “Siete tutte mie”), sembrano essere non solo troppo esaustivi, ma anche controproducenti per una loro denuncia ricettiva.
Nel film “C’è ancora domani” (film italiano di Paola Cortellesi) il problema della violenza domestica, per alleggerire la visione, viene trasformato in una scena da ballo con musica, soluzione anche criticata ma funzionale
Come, oltre il discorso della famiglia disfunzionale, il coming-of-age della ragazza appena in pubertà, Hsiao-Lee Ping (Xiao-Yng Bai) avviene radicalmente tramite l’amica di scuola Lili Li (Ping-Tang Li) una che torna dall’America, dopo il divorzio dei genitori ed è una persona ormai liberata in tutto e per tutto. Il contrario della protagonista, malinconica ed introversa, succube delle avances del padre e delle frustrazioni di seconda mano (subisce le reazioni della madre picchiata ed innervosita) e rischia di non fare abbastanza chiarezza nella sua trasformazione.

La protagonista da una infanzia perduta arriva di corsa ad una giovinezza consumata (scopre il gioco, il fumo, i rapporti con i ragazzi, i balli, le videocassette da vedere in luoghi appartati). E tutto diventa una parte di film giovanilista con le sue caratteristiche emblematiche, che non corrisponde alla ricerca di libertà dalle regole imposte dalla famiglia, dalla scuola e dalla società, ma sembra più un pezzo di film di giovani americani (i milioni di film già visti sui giovani) riadattato alle miserrime strutture delle periferie di Taiwan.
La regista Shu Qi, che ha sofferto la miseria nella Taiwan degli anni ’80, ha fatto la gavetta nei film erotici di terza categoria (considerata una delle più belle attrici del momento) ed è poi stata allieva e musa del regista Hou Hsiao-Hisien (Millennium Mambo 2001, Assasin 2015 e Resurrection 2025).
Ha usato nel suo film, anche sceneggiato, una narrazione che spesso langue ed è molto formalista o claustrofobica (banale nei dettagli di una logora vita quotidiana in cui le tovaglie sono fatte di giornali ed in frigo c’è solamente un uovo) alternata ad un realismo violento freddo e programmato, che diventa gratuito se non supportato da un impatto più emotivo.
Un debutto promettente? Ci sono tutte le buone intenzioni, ma con carenze narrative e vuoti in sceneggiatura e montaggio, tra quello che vorrebbe dire e poi non arriva nelle scene girate.
Molte anche le immagini pregiate della natura, del cielo, animali simbolici (ragno, airone). E un tunnel con una rete dietro la quale Hisiao-Lee guarda il porto ed il cielo, metafora della sua oppressione da parte della città e della famiglia, dalle quali occorre andarsene per conquistare la libertà.
Se questa è stata la soluzione per la Girl, per il padre avrebbe potuto essere solo la morte.
Gli schemi sociali denunciati da questa regista frutto del passato prossimo e remoto, soprattutto per l’Asia: le donne non hanno bisogno di studiare, di votare, fare la casalinga e lavorare anche per aiutare la famiglia ed obbedire al marito od al padre per tutte le loro esigenze pratiche e sessuali. Come dire in quel mondo: “la linea generazionale è solo maschile!”.


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