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Un viaggio stranamente euforico nella solitudine e nella disillusione
L’ottavo album in studio di Mitski incrocia massimalismo e teatralità in una dimensione testuale che è insieme onirica e vulcanica. Ambientati quasi tutti nel setting allucinato e incantato di una casa psicotropa e isolata, i brani di Nothing’s About to Happen to Me rappresentano un viaggio nella solitudine e nella disillusione che nel suo percorso si carica di visioni, incubi e speranze.
In un concentrato di teatralità e di viscerali corse verso il barocco e verso il tragico, Mitski muove dal panorama emozionale e maggiormente asciutto dei suoi dischi degli Anni Dieci, la cantautrice, per abbracciare una narrazione sempre più composita e articolata che dal punto di vista musicale la porta a intrecciare tra loro tanti generi e da quello testuale a esplorare i sentieri che l’ambiente di una casa allucinata e posseduta, con tutto quello che può implicare, offre.
Registrato in presa diretta con la band che l’ha accompagnata durante il tour mondiale di The Land Is Inhospitable and So Are We, pubblicato nel 2023, questo nuovo album è una sorta di prosecuzione ideale del suo predecessore: il massimalismo della strumentazione e quello del trattamento della voce si uniscono a una declinazione surrealistica dei generi che tocca e si intreccia con un delicato coacervo di citazioni ad alcuni dei precedenti lavori della performer. È una narrazione tentacolare e immaginifica che sempre di più incastona i brani in un mondo parallelo ossessionato e martellante.
Gli spazi, la loro dimensione fisica e la loro trasposizione mentale affollano le canzoni di Nothing’s About to Happen to Me. I brani rappresentano una sorta di percorso a ostacoli nella coscienza dell’autrice e di quella del suo doppelganger gotico e orrorifico che abita la casa che è anch’essa una protagonista della narrazione. “In a Lake” apre in modo onirico e intrigante un album che si muove entro spazi e stati d’animo confusi e combattuti. Nel disco Mitski è rincorsa da apparizioni fantasmatiche e soffocata da pensieri ansiogeni e timori ancestrali. Abita gli spazi della casa quasi come fossero un abito. In alcuni episodi prova a trascinare intorno a sé il suo amato ormai lontano, cercando di ricreare e di rivivere i momenti trascorsi insieme a lui fino a scivolare in una dimensione immaginifica che nel corso della narrazione si trasforma in un delirio.
Un intreccio incalzante di generi, umori e sensazioni
Una novità che entra improvvisamente nel macrouniverso dell’autrice è l’Americana: già nell’apertura di “In a Lake” chitarre acustiche, archi e un ritmo folk tradizionale invitano l’ascoltatore a rilassarsi e a sentirsi a suo agio anche se il viaggio che lo attende sarà intricato e misterioso. «The lights all around you / The dark safe inside», canta Mitski con voce invitante e carezzevole, creando un ossimoro che dai versi si estende al tono con cui questi vengono cantati, creando una fortissima contrapposizione tra un mondo sicuro e conosciuto, l’interno di una casa che è diventata però un demone, e un mondo esterno proditorio, freddo e ostile. Nella successiva “Where’s My Phone”, nel suo allucinato e disorientante incedere che le parole amplificano, torna a splendere l’alt-rock elettrizzante e rumoroso che Mitski ha già ampiamente attraversato nel corso della sua carriera e che compare con grande vigore anche in questo lavoro.
I passaggi più soffusi e folk, intrisi, come si diceva, di un mood da Americana, non sono pochi qui: si tratta di un genere che prima d’ora Mitski aveva soltanto lontanamente sfiorato in qualche ballata country-rock dolce e intimistica. La malinconia soffusa che crea “Cats”, con le sue vibrazioni tenere e avvolgenti, cattura e ipnotizza con la sua velata e ambigua malinconia. L’incalzante “Charon’s Obol” è un folk dall’andamento e dall’umore tipico della musica tradizionale del Sud degli Stati Uniti, con un testo schietto ed espressivo e un approccio vocale emozionale. Nella elegante e tiepida “Instead of Here”, cullata da una melodia rassicurante, Mitski scende nelle profondità più buie e aride della sua anima, arrivando a desiderare di raggiungere un posto dove non può sfiorarla nessuno: «So excuse me, I’ll be opening my box / Of old friend misery, my secret treat / To feel like myself again», canta con un tono quasi ironico, conscia del fatto che nessuno sarà in grado di distoglierla dal suo ingegnoso piano. La raffinata ballata che è “Lightning”, a suggello del lavoro, nella sua elettrica eleganza, presenta tutti quei disequilibri e quelle illuminanti disomogeneità melodiche e testuali che ben pochi altri oltre a Mitski oggi sono in grado di creare.
Uno dei temi principali del disco e di tutta la produzione artistica di Mitski è la solitudine e il suo inevitabile intrecciarsi con l’alienazione. L’ambiente intorno a cui i pezzi di questo strano puzzle ruotano è una casa ormai fantasma dove la psiche dell’autrice corre con un impeto frenetico tra realtà e immaginazione. La tensione cresce e si avvinghia negli anfratti più spietati e inspiegabili del ritmo e della musica: uno dei passaggi più tesi e più incisivi è la processione demonica e graffiante di “If I Leave”, presa a martellate da un basso eccezionale, da algidi rintocchi di chitarra e da un apparato ritmico minimale e soffocante. Anche la disforia umorale di “Rules”, dove testo e musica sembrano danzare insieme sulle pendici di un vulcano, prende forma grazie alle celestiali ginnastiche vocali dell’autrice incorniciate da intermezzi riservati ai fiati: «I’ll be dressed like your best idea / […] / I’m nobody’s anyone anymore», canta con tono liberatorio, rivendicando con rinnovata fiducia la propria condizione di libertà fisica e mentale. La stessa spasmodica ricerca di una possibile armonia permea la claustrofobica “That White Cat”, un’ossessione martellante e spaventevole vestita di un folk-rock Americana pungente e trasgressivo.
Anche nella canzone d’amore più tradizionale Mitski non rinuncia a manifestare con forza e convinzione la carica più diretta e viscerale della sua cifra poetica: «I’ll do anything for you to love me again», canta in “I’ll Change”, una confessione aforistica che sembra pronunciata in una notte di tormento e di ubriachezza, mentre la narratrice è pronta a rimettersi in discussione dopo un lungo confronto interiore. Nel suo incantevole tappeto country e jazz che si fonde con una melodia e con un versante ritmico che rimanda un po’ alla bossanova, il brano sembra voler quasi indicare un nuovo modo di recepire il Great American Songbook. Sempre intriso di quei polarizzanti saliscendi emotivi e scenografici dettati dall’accostamento di generi o di umori differenti all’interno dello stesso pezzo o nel giro di un pugno di versi, in Nothing’s About to Happen to Me questo approccio intertestuale ed eclettico sembra esistere più nella macrostoria che sottende il disco che nei suoi singoli pezzi. Pochi artisti oggi riescono a calare storie e mondi così vividi e tangibili in habitat così nebbiosi e spaventosi.
80/100
(Samuele Conficoni)

