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Il capolavoro e la prematura scomparsa
Due eventi indissolubilmente legati tra loro nella breve e intensa carriera di J Dilla, vale a dire l’uscita del suo secondo album vero e proprio, il capolavoro a frammenti che è Donuts, e la sua morte avvenuta soltanto tre giorni dopo, ricordano una freccia scoccata da un arco con spietata e tragica puntualità. Sin dal 2002 il geniale producer californiano, a cui era stata diagnosticata una rara malattia ematologica, entrava e usciva dagli ospedali senza mai smettere di dedicarsi alla musica, riuscendo anche a salire sui palchi di tanto in tanto, dedicando ogni momento libero e privo di fatiche o dolori alla produzione di beat. In questo percorso drammaticamente fatale il carattere leggendario della carriera di James Dewitt Yancey finì per concretizzarsi con lui ancora vivente, sia per la grandezza dei ritmi e delle melodie da lui costruiti sia per le condizioni estremamente complicate entro le quali era costretto a vivere.
Sin da quando il 7 febbraio 2006, nel giorno del suo trentaduesimo compleanno e tre giorni prima della sua morte, Donuts usciva per la Stone Throw Records, differenti racconti riguardanti la creazione del secondo album solista del giovane produttore si sono rincorsi, tra chi diceva che Dilla lo avesse assemblato da solo fino all’ultimo istante e chi, invece, sosteneva che i beat nascessero come demo casalinghe poi cucite insieme dall’abile mano di Jeff Jank della Stone Throw. Che si tratti dell’una o dell’altra cosa è chiaro che Donuts è il testamento concreto e spirituale dell’autore che lo ha generato, una figura geniale e massimamente innovativa per quanto riguarda la produzione dell’hip-hop nel primo scorcio di questo secolo, degnamente omaggiato immediatamente dopo la sua scomparsa – e, fortunatamente, quando ancora era in vita – dai più grandi del genere e non solo.
La grandezza dell’album a distanza di vent’anni
Donuts è il capolavoro assoluto di J Dilla: è un capisaldo dell’hip-hop strumentale nel quale il puzzle sfaccettato della sua fulminea e vivida carriera – prima all’interno del trio rap degli Slum Village; poi come Jay Dee; infine col nome di J Dilla – assume un carattere definitivo e monumentale pur nella brevitas e nella fragilità che contraddistingue il disco. Tutti i punti di forza che avevano caratterizzato i lavori firmati direttamente da lui – in trio; in collaborazione con Madlib; da solo – e le sue produzioni precedenti di altri artisti qui prendono vita con un focus ancor più evidente, forse perché la cucitura dei singoli episodi di questo tour de force viene dal profondo dell’anima. Come un impulso torrenziale e implacabile che si infrange sui singoli beat e sulle singole note, questo lavoro è un concentrato di sentieri possibili e intricati che funge come un loop infinito che dal suo finale ti riporta all’inizio: mentre lo si ascolta ti si appiccica sotto la pelle con una pervasività rara.
Diventato sin da subito un classico dell’hip-hop, fu chiaro a tutti che Donuts, non soltanto per le tristi circostanze in cui uscì ma soprattutto per l’intrinseca qualità del suo contenuto, rappresentava il picco assoluto della carriera di Dilla, quel magnum opus che avrebbe creato un solco tra la fine del Novecento e l’alba del Duemila, un punto di non ritorno nella cavalcata trionfale dell’hip-hop da genere di nicchia ad ancora di salvezza e fonte d’ispirazione per milioni di giovani e non solo in poco più di vent’anni. Se Dilla ne rappresentava una forma ancora primigenia, pura e sincera, piuttosto lontana dallo showbiz, radicata nell’ombra e nella volontà di far emergere la stratificazione tra melodia e beat in tutta la sua forza ancestrale, egli ne era anche un intrigante innovatore, in un periodo storico in cui anche il rap e soprattutto certe sue produzioni iniziavano a odorare di stantio, di già sentito, di poco coraggioso, da parte di chi in quegli anni, avendo smesso di rischiare, si crogiolava nel proprio successo, e chi, introducendosi in quel mondo, ne riproponeva una formula ormai poco originale.
L’originalità e l’eredità
Dilla, pur ancorato con fermezza e con convinzioni alle radici soul e jazz dell’hip-hop, ha saputo dare una veste nuova al modo in cui quei generi così fondamentali per l’universo Black venivano vissuti e ridisegnati dall’hip-hop. I 34 brevi brani che popolano Donuts sono estremamente variegati nei generi, nell’approccio e nel mood, divenendo da subito un oceano nel quale immergersi per non ritrovarsi, un universo la cui ciclicità, sottolineata dal fatto che il lavoro inizia con una outro e si chiude con una intro, ne amplifica la portata.
È proprio la contrapposizione tra questi diversi umori, la loro incalzante continuità e il loro scontrarsi e fondersi che rendono il disco qualcosa di meraviglioso e di unico. La freschezza con cui questi beat risuonano ancora oggi nelle nostre orecchie ci ricorda quanto originale Dilla fosse e quanto abbia inciso nell’hip-hop successivo, dai dischi che avrebbe pubblicato Nas da lì a poco a certe produzioni dei Clipse, dal metodo e dalla sensibilità di Kenny Beats a molte atmosfere di Kendrick Lamar e di MF DOOM, per non parlare delle coeve esplorazioni sonore e ritmiche di Kanye West, che proprio in quegli anni avrebbe raggiunto la sua akmè come autore e come produttore: nel mondo del rap sono stati tantissimi coloro che hanno seguito J Dilla, in diversi gradi e con differenti esiti, e che hanno voluto “fare i conti” con la grandezza di Donuts. Vent’anni dopo ciò è ancora sotto gli occhi di tutti.


