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Westside Cowboy: l’anima britainicana di una band emergente
La prima cosa che salta all’orecchio con i Westside Cowboy è che nonostante abbiano una cantante con una voce soave, Aoife Anson O’Connell (che suona anche il basso e il violoncello), parimenti l’alternino con le voci maschili dei chitarristi Reuben Haycocks e James Bradbury, il che parrebbe uno spreco. Ma non lo è perché l’intreccio delle voci è parte dell’anima del quartetto emergente di Manchester, uno dei più bei nuovi “arrivi del 2026”.
Avendo vinto il Glastonbury Emerging Talent Competition nel 2025 si sono esibiti appunto al Glastonbury (oltre al Festival di Green Man) e i tour insieme a Black Country, New Road e Blondshell li hanno definitivamente messi all’attenzione dei più. L’anno scorso hanno pubblicato l’ep This Better Be Something Great e ora partono ottimamente in questo 2026 con l’ulteriore ep “So Much Country ‘Till We Get There”, cinque brani molto diversi tra loro che però fanno emergere un’anima comune della band: quella di un indie-folk molto libero e parente prossimo (appunto) dei Black Country, New Road ma con più attenzione alla fruibilità pop. E loro per farsi riconoscere hanno coniato un termine per il loro genere, e funziona: lo definiscono “britainicana”, una connessione tra musica roots americana reinterpretata attraverso una lente molto inglese. Bingo.
Tra campagna inglese e influenze americane
Forse mancava in effetti un nome per quando discorrevamo dei Black Country, New Road, all’inizio si parlva di post-punk, rock sperimentale, post-rock poi di art-rock, jazz, math-rock e, più recentemente, chamber-pop. Se avessimo avuto un termine come “britainicana” sarebbe stato più semplice. Per i Westside Cowboy “britainicana” sono i The La’s, Johnny Roadhouse, Violent Femmes, Chappell Roan e Ritorno al Futuro: “Siamo cresciuti soffocati dai media americani – film, TV, tutto. Come in tutto, quando sei bambino, cerchi di imitarlo. Ma vivi nella campagna del nord-ovest dell’Inghilterra. Non sei sulla Sunset Strip, né a Manhattan”, ha detto il batterista Paddy Murphy a The Line Of Best Fit. Non un concetto stra-nuovo, ma raccontato così funziona.
Ma torniamo a quello che abbiamo ascoltato. “So Much Country…” è esemplificativo fin dal titolo: c’è infatti “tanta campagna da percorrere prima di arrivare a destinazione”, perché traspare la purezza della vita fuori dalla città ma l’ambizione di arrivarci. L’iniziale “Strange Taxidermy” colpisce al cuore con la voce di Aoife Anson O’Connell che fa trasalire dalla bellezza, con dei violoncelli che sembrano accordarsi a una performance in un teatro di provincia, ma subito la successiva “Can’t See” mette subito in chiaro che i Westside Cowboy hanno un’anima rock: potrebbero essere i Blonde Redhead o The Pains Of Being Pure at Heart, in ogni caso la canzone corre a mille e si fa fatica a starle dietro: lei è avanti e tu indietro che cerchi di afferrarla ma lei sfoggia con naturalezza questa sua velocità giovanile che è un piacere. “Don’t Throw Rocks” doppia le voci e guarda ai BCNR, mentre “The Wahs” sembrano i The New Pornographers dei tempi d’oro. Chiude la breve “In the Morning” che invece distilla un folk in purezza come facevano i Fleet Foxes nel 2008 o qualsiasi cantautore folk americano degli anni ’60.
Una scommessa per il futuro
I Westside Cowboy mostrano quindi una visione chiara, una personalità unica e una capacità di mescolare influenze diverse in modo naturale. E’ ancora presto per dire se siamo di fronte a una band che farà sfracelli, in termini di riscontro in pubblico e critica, ma possiamo fin d’ora sbilanciarci: se non imploderanno per qualche ragione personale, i prossimi anni non potranno prescindere dai Westside Cowboy. Scommettiamo?
80/100
(Paolo Bardelli)

