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Anche il 2025, come tutti questi anni recenti cui ormai ci siamo abituati, è avanzato immerso nei timori di una guerra nucleare ad ampio raggio, in una sperequazione sempre più grande, e insopportabile, delle ricchezze e delle possibilità, e in una lenta ma inesorabile erosione di tante delle nostre certezze e delle nostre speranze e aspettative, fossero esse di carattere politico, sociale o addirittura artistico. Come ogni anno, però, ci ha anche regalato grande musica, con album accattivanti, esaltanti o spiazzanti, con l’intento comune a molti di essi di voler stupire e conquistare senza mai cadere nella prevedibilità. Questa è la lista delle mie canzoni e dei miei dischi preferiti, una piccola selezione dei tantissimi ascolti cui ho avuto la fortuna e il tempo di potermi dedicare, dai Geese a Sudan Archives, dagli Smerz a Rosalía, da Aya ad Hannah Frances, senza alcun limite di genere o di lingua.
20 CANZONI
20. Jane Remover, “JRJRJR”
Il concentrato di groove che “JRJRJR” di Jane Remover costruisce nelle sue climakes perfettamente studiate è possente ed esaltante, un tornado di emozioni digicore che abbraccia hip-hop, grime e hyper-pop con una nonchalance clamorosa. Il brano corre come un treno, comprimendo e inglobando tutte le sfumature e tutte le impressioni musicali e ritmiche che è in grado di raccogliere nel suo percorso e nel suo farsi ciò che è.
19. Jenny Hval, “To Be a Rose”
Rilassato e meditativo, “To Be a Rose” è uno dei punti focali dell’eccellente Iris Silver Mist, un album nel quale il lirismo espressivo di Jenny Hval registra nuovi picchi di profondità e di brillantezza. Un ricordo profumato di un momento prezioso della propria esistenza in cui la nostalgia costruisce un castello di vapore che contiene in sé sia felicità sia tristezza, l’immagine vivida della propria madre in una nebbia rarefatta, dove il ricordo si distilla «Dreaming up in the air, twirling like our real body».
18. Lucrecia Dalt ft. David Sylvian, “Cosa Rara”
“Cosa Rara” è un gioiello magico e sfaccettato che apre quel magma pericoloso e sconvolgente che è A Danger to Ourselves, un disco coraggioso e labirintico. Uscito come singolo all’inizio dell’anno, “Cosa Rara” ha al suo centro percussioni selvagge e persuasive che intrappolano l’ascoltatore sin dai primi secondi tra un febbricitante sogno pop e un incubo postmoderno edificato sulle rovine di un’apocalisse nucleare. La drammatica connessione tra le parole in spagnolo pronunciate da Dalt e quelle in inglese cantate da Sylvian riempiono un oceano di sillabe e di note in continuo mutamento.
17. Erika De Casier, “Delusional”
L’electro-pop vigoroso e al tempo stesso elegantemente sfocato di Erika De Casier ha in “Delusional” un nuovo grande traguardo: pulsante e intrigante, questo seducente ritmo downtempo si introduce sottilmente nelle vene come sabbia tra le dita. «You can call me delusional / ‘Cause I’m imagining things», canta De Casier con tono serafico a sottolineare la propria sincera e quasi contagiosa ingenuità. Il ritmo, la melodia distillata e l’arrangiamento vocale mostrano quanto la producer danese nata in Portogallo sia in pieno controllo della propria arte, probabilmente come mai era capitato prima d’ora.
16. Nourished by Time, “9 2 5”
Le venature pop e soul più scatenate e moderniste del grande Marcus Brown sono un mondo a sé stesso, mai veramente radicato nel passato e mai soltanto proiettato nel futuro. The Passionate Ones è il suo più grande monumento musicale e lirico finora, e al suo interno “9 2 5” è uno dei passaggi più esaltanti e solidi. Un ritmo scalpitante ma raccolto è sorretto e completato da un pianoforte raffinato e da linee di basso martellanti. Minimalista e ipnotico, l’andamento del pezzo ricorda quello delle sabbie mobili e ti intrappola nella sua estetica collosa, mentre il testo si fa apprezzare per i suoi aspetti enigmatici e cinici.
15. Earl Sweatshirt, “Tourmaline”
“Tourmaline” è l’episodio più mozzafiato di un disco pieno di grandi momenti com’è “Live Laugh Love”. Earl racconta di quello che si prova a vivere con la massima intensità e con il più onesto e sincero trasporto il matrimonio e la paternità, descrivendola con sagace precisione, in una terra di mezzo in cui convivono fragilità, certezze, pace interiore, tossicità, timori e gioia incontenibile. È un rap dalla potenza e dalla monumentalità notevolissime, dove a creare un effetto ancor più affascinante è la dicotomia tra la delivery rilassata di Earl e l’esplosività di quello che racconta.
14. Billy Woods ft. Kenny Segal, “Misery”
In “Misery”, prodotta da Kenny Segal, Billy Woods racconta di un triangolo amoroso in cui si trova immerso con un tono spiazzante e misterioso, dando vita a un’allegoria oscura e vampiresca. «Everyone tryna get next to the plug / She out all night and don’t leave before dusk», canta Woods con un approccio serio e misurato, trasportando ogni sillaba come se fosse un macigno. «I re-up on bad dreams, bag up screams in fifties», ripete più volte nel secondo chorus, mentre il pezzo sta per entrare nella sua parte conclusiva. I riferimenti a Stephen King e l’arrangiamento claustrofobico e notturno conducono l’ascoltatore nei meandri più intriganti e spaventosi della straordinaria mente del rapper di New York.
13. Cate Le Bon, “About Time”
L’intensità espressiva della voce e delle melodie ancestrali che la gallese Cate Le Bon costruisce sono le fondamenta entro cui vive e cresce “About Time”, dove provano a rinascere e a ritornare solide le nuove aspettative sentimentali dell’autrice, pronta a cercare un nuovo punto di partenza dopo che alcune certezze del passato sono purtroppo crollate. Rivelazioni silenziose e speranze accarezzate convivono magicamente in un’atmosfera di tensione e di attesa, mentre si prova a interrogare ciò che è quasi sempre incomprensibile.
12. Amaarae, “S.M.O.”
La grinta espressiva e contagiosa di Amaarae emerge con forza nelle pieghe più dance e global di Black Star, probabilmente l’album migliore della sua carriera alla pari del precedente. Un ritmo di dance music asfissiante e spregiudicato, un arrangiamento futuristico e pulsante e una serie di nuances gospel conturbanti e delicate mostrano tutte le migliori sfaccettature della sua musica mentre ci conduce in un universo seducente, avviluppante e ipnotico, dove amore e sesso slittano rapidamente da un tono confessionale a uno più esplicito senza soluzioni di continuità. Dall’era di Fountain Baby Amaarae muove verso nuovi possibili lidi rimanendo al contempo saldamente e orgogliosamente ancorata ai traguardi che aveva toccato nel precedente lavoro.
11. FKA Twigs, “Hard”
La britannica Twigs splende con grazia e leggiadria in uno dei brani più incisivi e ballabili del secondo capitolo del suo progetto musicale di quest’anno, Eusexua Afterglow. È una riflessione sull’amore e sulla sua imprevedibile natura, una celebrazione di esso che nasconde quelle incertezze e quei timori che si muovono silenti sotto all’euforica felicità di chi ama e si sente amato. È una dichiarazione d’intenti e al tempo stesso una resa: nel momento stesso in cui Twigs prova a costruire una corazza per limitare i danni sa benissimo che finirà per non usarla o per non ritenerla sufficiente, decidendo quindi di buttarsi nella mischia, dentro al fuoco, senza lasciare spazio ad alcun dubbio o rimpianto.
10. Lana Del Rey, “Henry, Come On”
Il country postmoderno di Lana Del Rey è al massimo delle sue potenzialità nella struggente e passionale “Henry, Come On”, dove come al solito si distinguono il tono ironico e cinico della cantautrice e il suo approccio interpretativo e vocale particolarmente schietto e intimo. In esso Lana parla dell’inevitabile consumarsi delle relazioni e della necessità con cui entrambe le parti in causa devono prendere atto della cosa e costruire una sana e pacificata via d’uscita per accettarlo e ripartire. Le tematiche legate al mondo dei cowboy, qui rivisto in una chiave anti-machista, sono declinate in modo raffinato e dolce, immerse in una nube di strumenti eleganti e vividi, che rendono il pezzo una gemma country-folk che rende le aspettative per il nuovo album di Del Rey sempre più alte.
9. Water from Your Eyes, “Playing Classics”
L’elettrico e graffiante synth-pop di “Playing Classics” funge da pungiball per la nostra energia, modulandola e incorniciandola grazie a un incedere devastante ed esplosivo: un pop-punk acido e surreale si dipana volteggiando leggero con interferenze nella melodia e nell’arrangiamento degli strumenti e della voce che rimandano all’universo di Charli XCX, un hyper-pop dalle sfumature dance che ti fa sentire in trappola pur emanando un senso di liberazione e di soddisfazione. «The devil’s playing classics / Souls with something to lose», canta Rachel Brown su un fitto tappeto musicale formato da synth, basso, piano e chitarre distorte, che avvolgono il pezzo in un nugolo di caos divertito e al tempo stesso soffocante.
8. James K, “Play”
Nella struggente melanconia che emana ogni beat di Friends, “Play” è un viaggio onirico e interstellare nelle nostre emozioni più nascoste e difficili da descrivere, una confessione straripante e al tempo stesso silenziosa che si carica di malinconia e di senso di gratitudine sin dalle sue prime battute. È un brano dolce, sentimentale nel senso più alto e profondo del termine, dove il falsetto arioso e carico di grazia della producer newyorkese intersecato da un beat avvolgente, da un arrangiamento trip hop immersivo e raffinato e da chitarre pungenti dà vita a un dipinto pop sensazionale e leggiadro.
7. Aya, “Off to the Esso”
La tranciante e graffiante elettronica della britannica Aya, caotica e avvincente, esplode in tutta la sua intensa violenza sonora nella gemma “Off to the Esso”, uno dei passaggi più potenti ed esaltanti dell’intero Hexed!. Viscerale e pulsante, fonde tra loro un andamento techno e un approccio quasi screamo creando un tappeto sonoro inquietante e al tempo stesso appiccicoso, dal quale è difficile allontanarsi. La stazione di servizio è un punto di arrivo e di ripartenza al tempo stesso, un luogo dove spazio e tempo paiono assottigliarsi nel gomitolo delle dipendenze, delle paure e delle incertezze che affollano la mente di Aya. «Under no circumstance could I ever go home», canta improvvisamente nel buio, una sorta di ammonimento a sé e al prossimo riguardo a un circolo vizioso che non riesce più a spezzare.
6. Dijon, “Yamaha”
Una produzione elegante ed euforica attraversa le pieghe musicali del meraviglioso Baby di Dijon, un disco polifonico dove gli umori e le storie più disparati si espandono con gioiosa e partecipata vitalità. Partendo dalla propria relazione sentimentale e dalla paternità che ha rivoluzionato la sua vita, “Yamaha” approfondisce questo vivido stato d’animo con efficacia attraverso un testo dolcissimo e sincero che si eleva su una nuvola musicale formata da synth e apparati percussivi eterei e lanuginosi, mentre la voce è trattata con sonorità vicine a quelle del vocoder che ricordano certi viaggi intergalattici del soul e dell’R&B degli Anni Ottanta. «I’m in love with this particular emotion», canta Dijon con elegante sinuosità, sperimentando con i suoni che utilizza, conducendo il pezzo in una dimensione afrofuturistica particolarmente movimentata ed esaltante.
5. Rosalía ft. Björk + Yves Tumor, “Berghain”
Archi da musica classica, cori gotici, accenni cyber-pop futuristici e un pulsante tappeto elettronico sotterraneo preparano il terreno entro cui Rosalía, Björk e Yves Tumor si muovono con passo circospetto e modulato. Il coro in tedesco e i versi in spagnolo della performer catalana si intrecciano con intrigante eleganza prima che, nella seconda parte, la scena cambi quasi senza alcun preavviso: da un universo simil-medievale si viene precipitati in una distopia disorientante e dilaniante. In questo ermetico e concitato panorama Rosalía scruta nel nostro animo fino a vedervi attraverso, Bjork ci eleva nell’etere e nello spirituale con il suo tocco sopraffino, perché «The only way to save us is through divine intervention», e Yves Tumor affonda nella nostra carne con spietata precisione, chiudendo il cerchio con un veemente «I’ll fuck you ‘til you love me», citazione di Mike Tyson.
4. Wednesday, “Townies”
In “Townies” i Wednesday risultano dissacranti, cinici e poetici come solo la penna acida e attenta di Karly Hartzman sa essere. Si avvicendano un marasma di potenti immagini diaristiche e di confessioni intime che contrastano splendidamente con l’andamento caracollante e conciliante della musica, i cui momenti più punk-rock sono bilanciati da aperture pop stuzzicanti e avvolgenti. La noia della vita in una piccola città è descritta con gelido realismo. La partecipazione emotiva della cantautrice rende ancora più surreali e vivide le esperienze descritte, un caotico mescolarsi di esperienze, alcune tragiche, altre comiche, di carattere sentimentale e sessuale che si vivono nel corso della giovinezza, dove a episodi più tranquilli si mescolano vicende più drammatiche, che risaltano con forza per via del cantato potente e incalzante dell’autrice.
3. Oklou, “Blade Bird”
Choke Enough è una delle porte che conducono nei meandri più profondi e imperscrutabili dell’animo della sua autrice, dove i sentimenti e le emozioni si infuocano e si confondono con grazia e con maestria. L’ultimo brano del disco, “Blade Bird”, è una ballata docile e poetica, spigolosamente sincera e maculata, dove all’intensità dei singoli versi corrisponde una vertiginosa e soffusa performance vocale. «I can’t help it, blade is on the bird / I’ll be the one who ends up getting hurt», canta Oklou con spiazzante franchezza, certa del fatto che non può combattere a sufficienza contro questa condizione e contro questo stato d’animo. Siamo di fronte a un lago sotterraneo in cui la rivelazione è prossima a raggiungerci ma non sappiamo ancora in quale forma arriverà. Oklou si congeda da noi con un’ammissione di impotenza che assume i caratteri di una rivendicazione di una ritrovata e coltivata autonomia: il pezzo diviene così una sorta di nuova partenza dell’opera intera.
2. Geese, “Taxes”
Cameron Winter e soci non vogliono più contribuire all’economia di un Paese che anziché occuparsi di chi ha più bisogno spende denaro per finanziare guerre, smantellare il welfare e distruggere quei diritti civili e sociali che finora non sono mai stati davvero messi in discussione? O, semplicemente, senza alcuna velleità socio-politica, siamo di fronte a un’affermazione puramente di protesta, in cui emerge solo la pars destruens e non vi è alcuna pars costruens, un grido d’insofferenza che nasconde anche una richiesta di ascolto e di pazienza? Nella sua incisività e bellezza, con passaggi nell’arrangiamento e nella melodia che rimandano ad alcuni momenti di Talking Heads, U2 e Radiohead, l’art-pop ironico ed enigmatico di “Taxes” resta in testa come una domanda insistente a cui non riusciamo a dar risposta. L’alt-rock degli Anni Novanta in ogni caso vive anch’esso in “Taxes”: sottoterra, nelle pieghe più docili e accoglienti del brano, la cifra più punk-rock dei Geese erutta all’improvviso come un vulcano che, silente, aspetta il momento giusto per svegliarsi: «Doctor, doctor, heal yourself», grida Winter con coinvolgimento e convinzione, prima che l’etereo rock soffuso che lo incalza prenda piede e assorba e parcellizzi le ultime sillabe del testo. In questo patchwork intrigante la canzone brilla e splende.
1. Smerz, “You Got Time and I Got Money”
A quattro anni di distanza dal loro esordio, in Big City Life gli Smerz si mostrano cresciuti e ambiziosi. Con “You Got Time and I Got Money”, il momento più esaltante del nuovo album, il duo norvegese con sede a Copenaghen formato da Catharina Stoltenberg e Henriette Motzfeldt rompe i confini di quello che, se volessimo essere prevedibili e “fiscali”, chiameremmo synth-pop o electro-pop. La climax lirica del brano in qualche modo contrasta con, e al tempo stesso accresce, l’andamento ipnotico e immersivo del pezzo, avvolto in un’atmosfera chill-out dall’inizio alla fine. La voce onirica di Stoltenberg viene avviluppata e inghiottita dal calore primitivo che emanano sia la melodia sia il ritmo, che finiscono per incitarsi a vicenda. Il «Put your hands around my body» prepara sin da subito il palcoscenico, che si arricchisce grazie all’intreccio intrigante e straniante di voce, synth e beat, così cinematici e pulsanti nella loro iteratività maniacale. «Baby, can I see you naked? / Even though I love how you dress» è il sigillo che introduce la parte centrale del testo, che prosegue con «I like your shoes / I like these clean t-shirts on you / I like your sisters and your brothers too / I like the restaurants that you choose»: sono versi diretti e poetici che brillano per la loro semplicità e schiettezza, un quadro attraente e religiosamente dissacrante che sembra essere in grado di racchiudere in quattro minuti e mezzo l’avventura sentimentale più indimenticabile della propria giovinezza.
20 ALBUM
20. Barker, Stochastic Drift
In Stochastic Drift il producer elettronico Barker congiunge la sua visione di musica techno con l’ambient e con l’elettronica più coraggiose e sperimentali di questi ultimi dieci anni, costruendo un panorama ritmico e melodico incalzante e ipnotico, tra loop minimali e cadenzati e improvvise piogge acide di energia e di caos, dalla martellante brina di “Difference and Repetition” all’intricato e magico dialogo tra piano, batteria e synth di “Fluid Mechanics” che sembra scrivere un misterioso capitolo di acid jazz contemporaneo adattato per una sala da ballo.
19. Hannah Frances, Nested in Tangles
Dopo che il suo disco d’esordio era nato nel lutto e nella rassegnazione per la morte del padre, il secondo album in studio della cantautrice statunitense Hannah Frances è una meravigliosa collezione di acquarelli folk rurali e intensi parzialmente ispirati all’assenza dalla propria vita della madre. L’approccio angelico e fatato di Frances, così vicina nella voce e nei molecolari arpeggi chitarristici ad alcune sfumature di Joni Mitchell, riempie con glaciale emozione la sua cifra compositiva, dalla qualità eccellente, resa ancor più intrigante grazie all’aiuto del producer Kevin Copeland e, in alcuni passaggi, anche di quello di Daniel Rossen dei Grizzly Bear.
18. Blood Orange, Essex Honey
Essex Honey è probabilmente il disco più intenso e polifonico di Devonté Hynes: il compositore e producer raccoglie tutto quello che finora è stato capace di creare nella sua carriera per dar vita all’episodio più variegato e intenso della sua discografia finora, una splendida raccolta di brani che constano di due nature, una diretta ed evidente fin dal primo ascolto, che li rende quasi tutti fotografie pop e soul dalla fragranza divina, e una sotterranea e artsy, rintracciabile in tutto quello che scorre sotto la superficie, fatto di beat e di sample ambiziosi e coraggiosi, di arrangiamenti squisiti, di performance vocali perfette e di collaborazioni estremamente ragionate.
17. James K, Friend
Friend rappresenta un mondo futuro ormai pacificato, non privo di ombre e di timori ma a posto con sé stesso e agli occhi di chiunque ci sia sopra di noi. L’electro-pop sincopato, onirico e nebbioso di Jamie Krasner raggiunge qui il punto più alto del suo tragitto finora: le altalene emozionali di “Idea.2” sono devastanti, le avvolgenti pulsazioni di “Rider” ti avviluppano e trascinano, la magnifica esplosione di “Play” ti salva da qualsiasi baratro o peccato. Friend coniuga i Beach House e i Cocteau Twins in un filamento di voci filtrate, di elettroniche e di synth di cui è difficile non innamorarsi.
16. Annahstasia, Tether
Tether, disco di debutto della californiana Annahstasia, mescola arrangiamenti fortemente radicati nella tradizione dell’universo neo-soul e pop degli ultimi anni intrisi di sfumature folk e impreziositi da una voce potente, dall’ampio raggio e capace di coniugare attitudini cantautorali e R&B in un unico, grande mosaico attraversato da un certo grado di tensione e di volontà di sperimentare e di giocare con i generi e con le differenti attitudini che i testi dei brani sono capaci di toccare. Dalla splendida “Unrest”, un dolce gioiello poetico riflessivo e levigato, alla portentosa “Silk and Velvet”, che sfocia in un meraviglioso tripudio di suoni e di umori, Tether funziona perfettamente sia nelle sue singole parti sia nel suo insieme.
15. Cate Le Bon, Michelangelo Dying
Il settimo album di Cate Le Bon nasce da una separazione recente, da una relazione terminata che risuona sottilmente ma vorticosamente nelle pieghe più profonde e invisibili del disco. Arrangiamenti ariosi, brillanti e resilienti si arrampicano all’interno di liriche profonde e misteriose, che provano a interrogare tanto l’animo del singolo quanto i meccanismi più incomprensibili del tempo e delle cose. Michelangelo Dying è l’ennesima, magnifica finestra aperta sull’universo musicale di una delle sue autrici più talentuose e affascinanti. Per Le Bon la musica di oggi non può che risuonare in queste grotte luminose, tra echi e giochi di luce: dalla magistrale meditazione di “Love Unrehearsed” alla cascata di emozioni di “Body as a River”, tutto funziona con magistrale semplicità anche grazie alla presenza di musicisti eccezionali.
14. Rochelle Jordan, Through the Wall
Con Through the Wall la cantante canadese Rochelle Jordan costruisce un album radicato in ritmi e melodie schietti e carnali, un concentrato di ben diciassette pezzi concreti e ramificati, che si presentano splendidamente arrangiati e prodotti. In grado di unire elementi intrinsecamente deep-house, derive house contemporanee e approcci vocali e strumentali vicini all’R&B e al neo-soul fortemente atmosferici e ariosi, Through the Wall si muove nel solco delle grandi artiste che in quei generi hanno fatto la storia a cavallo tra i ’90s e i ’00s. Anche grazie a deviazioni elettroniche attentamente progettate, che spingono il progetto vicino anche al trip-hop e all’alt-pop, Jordan sa far divertire, ballare e riflettere allo stesso tempo grazie a un nugolo di ritmi entusiasmanti e di stratificazioni sonore particolarmente interessanti.
13. Amaarae, Black Star
Black Star di Amaarae è un viaggio interstellare dalle derive oniriche e utopiche meravigliose: la performer americano-ghanese si libra nell’aria attraversando i generi più disparati e dando vita a un magnum opus afro-futuristico che è catchy, spiazzante, impegnativo e, più di ogni altra cosa, splendidamente coinvolgente. Black Star ti spinge nel suo vortice con una irriverenza contagiosa. Molto cambia e nulla è davvero differente rispetto al precedente Fountain Baby, se non che la scrittura e la produzione sono ancora più mature, centrate e coerenti all’interno del progetto, in cui convivono con perfetto equilibrio composizioni di ampio respiro e dalla notevole complessità come “Starkiller”, che procede come un treno nel suo incedere trionfale, esplosioni graffianti e luminose come la conturbante “Fine Shit”, velenosa e ipnotica, derive extrasensoriali in cui la liberazione del corpo è il punto di partenza per un cambiamento radicale di sé e del mondo intero come la meravigliosa “S.M.O.”.
12. Nourished by Time, The Passionate Ones
Quello di Marcus Brown è uno dei dischi più appassionanti e variegati dell’anno, che, in linea con i gusti e con il talento del suo autore, si inerpica in un appassionante percorso sonoro e lirico che mescola l’hip-hop, l’R&B, il post-punk guidato dai sintetizzatori e il pop-rock più levigato e alternative dei ’90s. The Passionate Ones è un’intrigante finestra sul talento del giovane performer di Baltimore, che mescola con la spontaneità e con la sensibilità di un veterano beat e versi degni dell’hip-hop più poetico e profondo, approcci vocali che riportano subito ai ’70s e arrangiamenti trasversali e originali che creano paesaggi da sogno che, in coerenza con le riflessioni e con i messaggi politici e sociali che Brown vuole portare avanti nella sua musica, reclamano un’autonomia di azione e di pensiero lontana dal capitalismo estremo che ci affossa.
11. Water from Your Eyes, It’s a Beautiful Place
L’ironia sagace e divertita di Nate Amos e Rachel Brown splende con forza magniloquente in It’s a Beautiful Place, l’album più completo, maturo e determinato del gruppo indie-pop statunitense Water from Your Eyes, formatosi a Chicago ma attivo già da tempo a Brooklyn. Rilassato nei toni, nei ritmi e negli approcci e al tempo stesso costruito nei suoi minimi dettagli con maestosa precisione, It’s a Beautiful Place attraversa con coerenza e con coraggio un synth-pop straniante ma conciliante, l’elettronica più interessante e stimolante e un marchio dance sfacciato e divertito, sempre in bilico tra sfumature quasi ambient e improvvise scariche di elettricità cyber-punk. Le liriche di Brown, postmoderne e misteriose, finiscono per fondersi materialmente nelle melodie e nei ritmi appiccicosi costruiti insieme ad Amos, dando vita a un connubio di strumenti, suoni e voci dall’intensità e dalla potenza straordinarie.
10. Aya, Hexed!
Hexed! di Aya è un disco sensazionale in cui la sperimentazione avanguardistica incrocia l’elettronica contemporanea più spiazzante e disgregante, che avanza per frammenti, per sostituzioni e per inciampi, come i ritmi sincopati, disforici e paurosi che affollano i solchi di questo epico progetto. La producer britannica spoglia i suoi beat e le sue note di ogni possibile aspetto positivamente invitante, creando un panorama di discontinuità, di sentieri solo parzialmente percorribili, di tempeste di sabbia e di tornadi, un disco che incrocia l’avanguardia classica più attraente e l’elettronica più viscosa e laminata che riesce a farsi corpo con la sua natura ramificata e metamorfica, di cui la copertina così sfacciatamente “fastidiosa” è una degna e fedele rappresentazione.
9. Joanne Robertson, Blurrr
L’eterea e spettrale atmosfera che avvolge per intero Blurrr è una coperta elegante e accogliente che ricopre ogni canzone rendendola un piccolo sogno a occhi aperti. La solitudine diventa non più un ostacolo ma un rifugio da cui partire ad analizzare noi stessi dove la voce di Joanne Robertson e le sue eleganti e melanconiche pizzicate chitarristiche dialogano tra loro con una potenza magnetica irresistibile. I pezzi contenuti in Blurrr ti inchiodano alla sedia, ti obbligano a farti domande significative e decisive, sembrano materializzarsi di fronte ai nostri occhi nonostante il loro essere delicatamente immateriali, polverosi e sussurrati. La sporadica presenza, nella seconda metà del disco, del violoncello di Oliver Coates rende ogni nota ancor più surreale e fiabesca, portandole a muoversi in una dimensione fantasmatica di sospensione e di mistero, che rendono Blurrr un lascito sincero e preziosissimo.
8. Sudan Archives, The BPM
The BPM fa brillare nel migliore dei modi tutte le qualità che la polistrumentista statunitense aveva già messo in mostra nel suo secondo lavoro, Natural Brown Prom Queen: un assalto sonoro esaltante e sensuale che sa bilanciare le influenze soul, R&B e pop, in cui il grosso della sua musica ha avuto origine, e un afflato classicista dettato dall’utilizzo del violino, lo strumento che Brittney Parks ha imparato a suonare da autodidatta, e che ha origine dalla tendenza e dall’ambizione della performer di esplorare i ritmi possibili in ogni loro declinazione sperimentando con la voce, con gli strumenti e con gli arrangiamenti e sfruttando la tecnologia come completamento di sé e mai come surrogato di qualcos’altro. Che si tratti di danzare in maniera sfacciata e scatenata sulle pendici di un vulcano o di voler fermarsi ad ascoltare il battito del proprio cuore, The BPM è un grido di libertà e di dedizione.
7. Smerz, Big City Life
Gli Smerz portano a un livello totalmente nuovo e imprevedibile il concetto stesso di synth-pop, amalgamando la concisione e la precisione dell’anima norvegese dei due, che pure lavorano prevalentemente nell’altrettanto fredda Copenaghen, al caldo tessuto di una voce profonda e ipnotica e di una serie di arrangiamenti che possono mimare sia il gelo nordeuropeo in certi beat scarni, volutamente distaccati e rigidamente levigati, sia il quieto salotto di casa riscaldato da un luminoso caminetto durante un imprevisto e conturbante incrocio sentimentale, quando ritmo, strumentazioni e impostazioni liriche e vocali si incendiano e, lentamente, si sciolgono: in quest’atmosfera polifonica e perennemente malinconica, piena di desideri impossibili da realizzare, esistono affreschi come “Big Dreams”, continuamente in movimento, “A Thousand Lies”, vigorosa e sognante, e “You Got Time and I Got Money”, stratificata e propulsiva, una delle canzoni più sorprendenti degli ultimi anni.
6. Wednesday, Bleeds
In Bleeds i Wednesday compiono un ulteriore passo avanti nella loro crescita: come due anni fa in Rat Saw God tutti i brani, sia quelli più introspettivi e folk sia quelli più rabbiosi e punk, funzionano perfettamente, riuscendo a fotografare ancora una volta e con ancor più lucidità e schiettezza la filosofia della loro creatrice, Karly Hartzman, che si lascia qui ispirare sia dalla conclusione del sodalizio – sentimentale e artistico – con MJ Lenderman, ancora presente nelle incisioni in studio del gruppo, sia dal voler fare i conti con i traguardi che ha raggiunto, con i rimpianti con cui è ormai pacificata, con i sogni che ancora vuole cullare e con quelli di cui sa che potrà o dovrà fare a meno. Così il sano e trionfale cinismo di “Townies” dialoga con la schietta e confessionale riflessione di “The Way Love Goes”, così il magniloquente capolavoro folk-rock di “Pick Up That Knife”, con la sua climax finale grintosa e quasi minacciosa, fa il paio con la levigata, rocciosa e sinistra “Wound Up Here (By Holdin On)”, dove pace e conflittualità interiori sembrano quasi andar d’accordo.
5. Oklou, Choke Again
Choke Again è un respiro a pieni polmoni in un percorso di rinnovamento del pop e dell’elettronica che negli ultimi anni ha visto tanti progetti di qualità emergere in un contesto nel quale non è sempre facile essere originali. La francese Oklou, al suo disco di debutto vero e proprio, ci riesce grazie a una penna arguta e delicata, che modella liriche sincere, mai banali e liberatorie, mettendo a nudo molti dei suoi sentimenti e riuscendo nel non facile traguardo di rendere queste riflessioni universali. Costruendo un’impalcatura sonora raffinata che ha le sue fondamenta in arrangiamenti elettronici o acustici minimali ed eleganti, Oklou fa volteggiare i suoi testi in melodie sofisticate e incalzanti. La sua fusione di synth-pop e hyper-pop bagnata in un’infusione di electro-pop sperimentale e addirittura di beat tendenti all’R&B crea bozzetti poetici e illuminanti, che sanno fare sia pensare sia scatenare.
4. FKA Twigs, Eusexua
Divertirsi, scatenarsi e ballare non è mai in contrasto con una sana e sincera introspezione e autoanalisi, come abbiamo già avuto modo di tastare in questa classifica e come avrete modo di vedere ancora tra poco. Da molti addetti ai lavori considerato il Ray of Light di Twigs, Eusexua, se consideriamo anche il suo ampliamento contenente un altro pugno di pezzi eccellenti, intitolato Afterglow e uscito poche settimane fa, è un progetto molto più ambizioso e polifonico dell’album pur ottimo cui è stato paragonato. In Eusexua, infatti, Twigs crea un vero e proprio sistema di pensiero a sé stante che si differenzia rispetto ai suoi lavori precedenti pur attingendo con magistrale eleganza a ognuno di essi: è un nuovo modo di interpretare la musica elettronica e dance filtrando in essa la techno più ambiziosa, l’hyper-pop e il synth-pop più accattivanti e il soul più sensuale e raffinato, integrando il tutto in un mosaico di riflessioni e di riferimenti colti e affascinanti.
3. Dijon, Baby
La grandezza di un cantautore come Dijon è che dischi come Baby possono essere scoperti lentamente in così tanti modi e vissuti in così tante declinazioni senza mai riuscire a pensare di poter conoscere veramente abbastanza e definitivamente questa galassia meravigliosa. Baby è un album che riesce a essere personale e introverso nei testi e al medesimo tempo estroverso ed euforico nei toni melodici e vocali e negli arrangiamenti, come dimostrano capitoli eccellenti come “Baby”, “Another Baby”, “Yamaha” o “Loyal and Marie”, tutti brani in grado di creare nella tua testa o nella tua casa un party scatenato pur restando nel loro nucleo più primigenio ballate soul e rhythm-and-blues di carattere introspettivo e delicato. Che sia per accogliere un nuovo nato, per dimostrare l’amore che si prova per il proprio partner o ancora per ballare soltanto, Baby è un disco che non stancherà mai di stupire, un pendolo così portentosamente in bilico tra i momenti migliori di autori stratosferici come Prince e Frank Ocean.
2. Geese, Getting Killed
In “Bow Down” Cameron Winter racconta di essere stato un marinaio e di essere diventato poi la barca, di essere stato un’automobile e di essere diventato poi la strada. Siamo di fronte a una di quelle trasfigurazioni di tipo epico o biblico, una di quelle corrispondenze figurali, proprie anche del testo dantesco, di cui tanto ha scritto Erich Auerbach? O forse non è questo il caso? In “Long Island City Here I Come”, l’epico tour de force che chiude il disco, l’inafferrabile protagonista dialoga con un tale che era presente «the day the music died» e gli promette che lui sarà presente «the day it dies again»; riferisce del suo incontro con Giovanna d’Arco; si paragona, ancora, a Joshua che caccia il re da Jericho; si paragona, infine, a un certo Charlemagne che è prima ritornato dal Vietnam e che poi viaggia su un «midnight bus». Siamo di fronte a una versificazione intricata, spiazzante, quasi sempre illuminante, dissacrante e stimolante, che ci lascia incollati al brano e al disco senza alcuna possibilità di fuga. Nello stesso anno che ha decretato anche il trionfo della sua carriera solista – qualche settimana fa è salito sul palco della Carnegie Hall di New York essendo uno dei più giovani in assoluto a tenere un concerto solista in quella venue, poco più “anziano” di mostri sacri come Bob Dylan, Joan Baez, Tim Buckley e Laura Nyro – Winter, qui insieme alla sua band, ha saputo scrivere un capitolo indimenticabile anche della storia dei Geese, creando uno dei dischi rock più eclettici e stratificati non soltanto dell’anno ma probabilmente del decennio.
1. Rosalía, Lux
Lux di Rosalía può diventare la pietra angolare entro cui misurare quanto di divino vi è nel secolare e nella quotidianità e quanto di concreto e di naturale si può trovare in quello che è divino. Una portentosa mescolanza di questi elementi era già presente nell’eccellente El Mal Querer e, in piccola parte, in angoli più nascosti e per certi versi mascherati, nell’altrettanto ottimo Motomami. Qui, però, questa tematica emerge in ogni singolo passo che viene effettuato dalla performer catalana, e la stratificazione linguistica che decide di perseguire è solo un’inevitabile e affascinante conseguenza del caos misurato e nobile che il fil rouge che scorre evidente nel disco non può esimersi di edificare. In Lux Rosalía si dà all’aria operistica tutta in italiano in “Mio Cristo”, all’electro-rap-pop-reggaeton in “Porcelana”, al vaudeville scalmanato in “La Perla”, al madrigale immerso nel fado in “Memoria”, a una rivisitazione sin dalle sue fondamenta del concetto stesso d’inno religioso in “La Yugular”, alla preghiera laica e corporale in “Divinize” e a moltissimo altro ancora, riuscendo a costruire un “monumento più duraturo del bronzo” dove la sua voce è sempre e comunque al centro, che sia il mattone più solido o la decorazione più astratta, che sia un potente megafono o un dolcissimo contrappunto. Lux riesce a introdurre l’ordine in mezzo al caotico e a problematizzare e riconfigurare ciò che per sua stessa natura potrebbe sembrare impossibile da discutere una volta di più – la fede, la natura delle cose celesti e terrene, la giustizia, l’amore –, ed è in grado di farlo con una sensibilità e con una profondità uniche.

