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Inverno australe, armonie che scaldano
Le Folk Bitch Trio (Heide Peverelle, Jeanie Pilkington e Gracie Sinclair) arrivano da Melbourne, hanno
Registrato il loro esordio Auckland nell’inverno 2024 e si sente: il disco porta addosso quella stagione ossia bordi brinati, minimalismo che condensa il fiato e voci vellutate che riscaldano tanto che il passo misurato e le confessioni profonde avvolgono chi lo ascolta.
Ci sono momenti in cui la musica sembra un déjà vu, questo è uno di quei dischi che ascolti per la prima volta e ti convinci di conoscerlo già, ma la familiarità dei suoni non racconta tutto e soprattutto non racconta la parte più interessante cioè quella che si trova nella scrittura.
In dieci tracce, “Now Would Be a Good Time” mette in mostra intuizioni liriche che ne fanno un disco unico.
Familiarità e scrittura affilata
Si parte con “God’s a Different Sword”, un inno quieto attraversato da ombre:“Can’t deny it my body keeps the score / But if you tell me that you need it / I can get up off my floor” trasformano la vulnerabilità in ironia che richiama la schiettezza della Phoebe Bridgers più secca o di Julia Jacklin non a caso conterranea delle tre.
La successiva “Hotel TV” si muove tra sensualità e senso di colpa, un brano che svela i dettagli solo con il tempo. Invece “Foreign Bird” parte con leggerezza cristallina prima di virare verso qualcosa di più strano e segreto e il verso “I saw a man jump nude and free… but I wished it quietly” appeso tra sorriso e ironia ne è un esempio.
Invece l’emotiva “Moth Song” e la gelida ma elegante “Cathode Ray”, dove il violino di Anita Clark è in evidenza, sono i due brani più musicalmente intensi e riassumono bene un altro aspetto dell’album: la naturalezza nelle armonie vocali e gli intrecci sonori, punto di forza della band.
Minimalismo che diventa intensità
Il trio non forza mai la mano e gli arrangiamenti restano minimali, quasi lasciati cadere dove devono, e proprio questo ne genera l’intensità.
La chiusura di “Mary’s Playing the Harp”, registrata live in studio, demolisce il muro tra band e ascoltatore senza cadere in facili e banali soluzioni.
“Now Would Be a Good Time” è pieno di idee, conciso ma tutt’altro che leggero, anche se sonoramente ha molti richiami resta comunque un debutto di quelli che si insinuano e una volta dentro, restano.
77/100
(Raffaele Concollato)

