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Come sapete, l’8 agosto è uscito negli States “It’s Never Over, Jeff Buckley”, di Amy Berg, il documentario sulla vita di Jeff Buckley. Per noi è importantissimo celebrare le gesta del cantautore che ha marcato in maniera così indelebile gli anni ’90, e infatti abbiamo fatto anche uno speciale collettivo sul postumo “Sketches (For My Sweetheart the Drunk”. È un piacere dunque ospitare l’intervento del giornalista Rodrigo Salem, che ha visto il documentario in anteprima e che ci riporta le emozioni dello stesso. Rodrigo Salem vive a Los Angeles, è giornalista per la “Folha de S. Paulo”, ed è membro della Critics Choice e della Motion Picture Association.
Un documentario per recuperare l’eredità artistica
Jeff Buckley ha pubblicato solo un album in vita, chiamato “Grace”, nell’agosto del 1994, pochi mesi dopo la morte di Kurt Cobain. L’etichetta discografica lo ha ignorato, era tutta presa a cercare un secondo Nirvana.
Un peccato. Però Il tempo ha raddrizzato le cose.
Se ti sei divertito con la storia del CEO al concerto dei Coldplay, puoi ringraziare il cantautore folk-rock. È stato proprio uno show della tournée di “Grace” che ha dato il via ai Coldplay.
Beh, quasi.
Thom Yorke, mentre faticava con le registrazioni del secondo album dei Radiohead, ha fatto una pausa e ha visto Buckley suonare all’iconico The Garage, a Islington. È rimasto così incantato dalla performance e dall’estensione vocale di Buckley che è tornato in studio per registrare “Fake Plastic Trees” e alla fine, dopo le lacrime, si è lanciato nei falsetti che poi sono diventati famosi con “The Bends” e “OK Computer”. Quei dischi hanno ispirato band come Elbow, Athlete, Snow Patrol, Turin Brakes e, ovviamente, Coldplay.
«Jeff Buckley mi ha dato la fiducia per cantare in falsetto», ha detto Yorke nel 1998.
Ma Jeff Buckley non è vissuto abbastanza da sentire quell’elogio. È morto annegato a 30 anni, dopo un tuffo in un affluente del Mississippi. Il suo corpo è stato ritrovato ore dopo, a chilometri di distanza. Il mitico intorno alla sua morte ha finito per oscurare l’eredità artistica che aveva costruito in così poco tempo.
Sembra un’esagerazione? David Bowie ha detto che “Grace” sarebbe stato il disco che porterebbe su un’isola deserta. Anche Jimmy Page lo ha elogiato. Bob Dylan l’ha definito “uno dei grandi compositori del decennio.”

Jeff e sua madre
La celebrazione della vita, non della morte
Il documentario “It’s Never Over, Jeff Buckley”, di Amy Berg, ripercorre cosa rendeva speciale il californiano di Anaheim, ma va oltre. Con un focus sulle donne nella sua vita, il film mette da parte il mito e mostra l’uomo dietro la versione definitiva di “Hallelujah”, di Leonard Cohen.
Buckley è cresciuto con sua madre, mentre il padre li ha abbandonati per dedicarsi alla sua musica. Anche Tim Buckley è arrivato alla fama relativamente presto ed è morto per overdose a 28 anni.
Il documentario mostra tutti questi dettagli: il rapporto con la madre caotica ma presente e la difficoltà con la fama, quando Jeff è stato scelto come una delle persone più belle del pianeta dalla “People”, e ha risposto in diretta alla rivista di gossip.
La regista inserisce tutte le sue canzoni scandendo il percorso dell’artista, con immagini inedite di concerti, show e sessioni in studio. Ci sono anche testimonianze di Chris Cornell, Aimee Mann (che racconta divertita una sera in cui lui ha cercato di portarla a letto nel modo più dolce e buffo possibile) e Tom Morello. E il film include interviste con la madre, le ex, i manager e gli agenti di Buckley.
Il suo grande punto di forza è che riesce a bilanciare il lato emotivo e quello artistico, senza cadere in teorie della cospirazione o sensazionalismi sulla sua morte. È un documentario che celebra la vita e l’arte, non il lutto.
Alla fine, parliamo dell’uomo che ha scritto:
“This is our last goodbye
I hate to feel the love between us die
But it’s over
Just hear this and then I’ll go
You gave me more to live for
More than you’ll ever know”.
(Rodrigo Salem)

