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Yin Yin, 16 luglio, Monk, Roma
Negli ultimi tre anni, gli Yin Yin hanno sviluppato un feeling sempre più stretto con l’Italia, collezionando una lunga serie di concerti ben oltre la doppia cifra. La loro prima volta a Roma risale al 2022, in occasione del Rome Psych Fest. Da allora sembrano non aver mai smesso di tornare: una seconda data nel 2024 e ora, per la terza volta di seguito, nuovamente sul palco del Monk, come se questo posto fosse diventato una tappa fissa, quasi familiare.
Psichedelia e suggestioni
Il quartetto, composto da Kees Berkers alla batteria, Remy Scheren al basso, Jerry Scheren alle tastiere ed Erik Bandt alla chitarra, sale sul palco senza dire una parola, accompagnato da un’intro registrata con una voce in italiano che invita il pubblico ad accomodarsi. A rompere il ghiaccio ci pensa la morbida “Year of the Rabbit”, seguita dalla funky “Nautilus”.
Il concerto, però, comincia a scaldarsi passando per “One Inch Punch”, uno dei pezzi più lisergici. È il loro tributo a Bruce Lee, arricchito dal sample della sua intervista del 1971 in cui recita alcune delle sue parole più famose: “Be water, my friend” . L’influenza orientale qui è fortissima: anche se sul palco manca il suono delicato e pizzicato del phin thailandese, del guzheng cinese o della kota giapponese, le chitarre e i synth riescono comunque a evocare le più tradizionali atmosfere Sud-est asiatico (come accade, del resto, in quasi tutti i brani). Lo stesso spirito lo ritroviamo in “Pingpxng”, ma con una svolta verso l’America. Qui, la chitarra assume toni da spaghetti western, quasi fosse una cavalcata. Il risultato è una traccia dal sapore cinematografico, da scena d’inseguimento, che dal vivo acquista un ritmo ancora più incalzante.
Dal psych alla disco, con una sorpresa
Se fino a questo punto il set era stato dominato da sonorità psichedeliche e orientaleggianti, da qui inizia a farsi largo l’anima più disco della band. Il momento arriva con “Tokyo Disko”, dal loro terzo album “Mount Matsu”: chitarra wah-wah piena di effetti, synth anni ’80 e una sezione ritmica che crea un groove difficile da resistere. A metà del pezzo arriva una sorpresa che in pochi si sarebbero aspettati: la cover di “Ma quale idea” di Pino D’Angiò. Un omaggio inaspettato e riuscito a un’icona della disco italiana, ma anche un segnale della loro curiosità senza confini.
Erik Bandt prova a coinvolgere il pubblico, sperando in qualche coro spontaneo, ma i presenti si limitano a schivare lo sguardo con un sorriso. Il momento dura poco ma va bene così, anche perché non ci si aspettava certo che una band di Maastricht si mettesse a cantare “Fred Astaire al mio confronto era statico e imbranato”.
Il climax del concerto: l’assolo di Kees
Si va verso la fine con “The Rabbit That Hunts Tigers”, ultimo brano prima del bis. Il pubblico, ormai in movimento da oltre un’ora, mostra segni di sudore (complice anche il caldo di metà luglio) ma ha ancora energia da spendere. Non è da tutti riuscire a riaccendere l’entusiasmo, ma gli Yin Yin ci riescono grazie a un assolo di batteria memorabile firmato Kees. Tutto parte quando il tastierista Jerry Scheren lancia una base e si allontana dal palco, lasciando spazio al suo collega, che nel frattempo si lega una bandana rossa in testa, come a dire “ora si fa sul serio” (anche se fin lì non si erano certo risparmiati).
Con forza e precisione, le bacchette di Kees iniziano a scandire instancabilmente un assolo dai ritmi tribali. Per la prima volta nella serata è lui al centro della scena, illuminato da luci dirette mentre gli altri restano in penombra. Una scena che rompe l’atmosfera onirica creata fino a quel momento anche per via dell’illuminazione, e la trasforma in qualcosa di più ipnotico, mentre gli altri membri restano in disparte, quasi in contemplazione, lasciando che tutta l’attenzione sia su di lui. Poi, uno alla volta, tutti riprendono posizione e con un ultimo colpo d’insieme, riesplodono in movimento.
Il finale con affetto e disco tropicale
Dopo il cataclisma ritmico, la band scompare dietro le quinte. Probabilmente anche loro avevano bisogno di tirare il fiato. Il primo a riapparire sul palco è proprio Kees, visibilmente inzuppato di sudore, che prima ancora di riprendere a suonare si concede un momento intimo e divertente. Con il telefono in mano e aiutato da Google Translate, si lancia in un discorso in italiano, con marcata pronuncia olandese. Le sue parole, apprezzatissime per lo sforzo, ripercorrono alcuni ricordi delle precedenti serate nella venue romana:
“Questa è la nostra terza volta a Roma, e la terza volta al Monk. La prima è stata durante il Roma Psych Fest: abbiamo fatto il soundcheck prestissimo e, siccome il centro città era troppo lontano, siamo rimasti qui, nel giardino del Monk. Abbiamo fatto amicizia con il barista, che ci ha insegnato come si fa un vero Aperol Spritz. Poco prima di salire sul palco, ci siamo resi conto che eravamo completamente ubriachi. Io non riuscivo neanche a tenere le bacchette in mano… ma alla fine ce l’abbiamo fatta”
Il pubblico ride, e Kees continua:
“La seconda volta, abbiamo dovuto lasciare il backstage con venti minuti di anticipo senza nessuna comunicazione. In Olanda c’è un detto: ‘l’asino non sbatte la testa tre volte sulla stessa pietra’… quindi questa volta ci ubriachiamo dopo il concerto”
E con un occhiolino ironico, ammette che forse non è proprio così, visto che anche stavolta le birre sul palco non sono mancate. Ma in fondo è anche questo parte dello show e per reggere quei ritmi è inevitabile un po’ di spinta.
Il suo discorso si chiude con una vera e propria dichiarazione d’amore verso il nostro paese:
“Amiamo l’Italia. Amiamo il clima, il cibo, il vino, la musica, Pino D’Angiò… ma soprattutto, amiamo gli italiani. Avete gusto, avete stile, parlate una lingua bellissima e… fate delle scarpe di pelle stupende”
Dopo una standing ovation affettuosa, tutti e quattro rientrano per l’encore. il gran finale è affidato a due brani dal forte sapore disco: “Takahashi Timing”, e “Dis Kô Dis Kô”, che suona familiare per via dell’omaggio a “I Feel Love” di Donna Summer. Alle 23:15 in punto il concerto si chiude, consolidando la band di Maastricht come uno dei i live act più esplosivi e originali in circolazione in Europa.
La forza collettiva di una band senza frontman
Gli Yin Yin sono una vera forza della natura. Nel loro sound, l’Occidente incontra l’Oriente in un mix che attraversa psichedelia californiana, influenze tradizionali dell’Estremo Oriente, disco, funk e sperimentazione elettronica. Il loro catalogo è un mosaico globale di suoni perfettamente intrecciati, un’abilità che emerge alla grande soprattutto dal vivo.
Non hanno un vero frontman, ma anche questo fa parte della loro forza: tutti fanno tutto. Il tastierista si divide tra synth vintage, modulatori e campionatori; il chitarrista gioca con echo, wah-wah e fuzz; il batterista, con un arsenale che va ben oltre la batteria classica (bonghi, carillon a barre, e persino un gong), diventa un performer centrale; il bassista, invece, è l’addetto alle poche parti vocali spesso filtrate, da vocoder o in falsetto, come ulteriore elemento sonoro più che espressivo.
Il mondo fluido e capovolto degli Yin Yin
Sempre a proposito della voce, capita che a volte sono i campionamenti a prendersi la scena. Un espediente efficace e anche molto comodo per raccontare piccole storie all’interno del set. Come nel caso del di Bruce Lee in “One Inch Punch”, con la frase “Be formless, shapeless, like water”, scelta non a caso. Perché il loro live è proprio così: fluido, senza forma fissa, capace di passare da un brano all’altro, anche con sonorità diverse, mantenendo sempre un senso di continuità dall’inizio alla fine. È proprio questa natura trasformativa che gli permette grande libertà d’azione sul palco: estendono sezioni agganciandosi a un groove, che resta sempre il centro pulsante, e si muovono in modo intuitivo per non far mai scendere l’energia della sala.
Sul palco non stanno mai fermi, soprattutto Erik Bandt e Remy Scheren in prima linea, che spesso incrociano i loro passi a pochi centimetri l’uno dall’altro, spalla a spalla o faccia a faccia, rispettivamente con chitarra e basso. I sorrisi dei quattro, quando le luci li illuminano, raccontano tutto: è la gioia stessa di suonare che guida la performance. Ogni brano è carico di una vitalità che, per quanto presente anche in studio, raggiunge davvero il suo massimo solo dal vivo. E il risultato, come dicono loro, è davvero un mondo capovolto, dove i conigli inseguono le tigri e si balla senza sosta.

(Still YouTube del concerto al Best Kept Secret del 2022)


