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FKA twigs @ Forum Karlín, Praga, 31/05/2025
La pubblicazione del suo ultimo disco Eusexua lo scorso gennaio, album che seguiva a distanza di tre anni il variegato e divertente mixtape Caprisongs e a distanza di più di cinque il capolavoro Magdalene, aveva emozionato e convinto tutti i seguaci di FKA twigs. Variegato e solido, si tratta di una dichiarazione d’intenti potente e mistica, che travalica ciò che è terreno e prova a colpire, anche nella sua sfera concreta e tangibile, le radici più imperscrutabili di quel che significa sentirsi liberi dal punto di vista tanto artistico quanto corporeo. La svolta di Eusexua non ha sorpreso nessuno: nella dimensione dance ed electro-pop che emerge dalle sue pieghe percepiamo echi ancor più maturi e affascinanti delle sonorità dell’LP1, e il suo intreccio con un art-pop coreografico e poetico che è in grado di guardare tanto a Björk quanto a Kate Bush fa riemergere le malinconiche e profonde tonalità di Magdalene. Il progetto è, quindi, un affresco inedito ma pienamente coerente con il sentiero che fino a questo momento la performer britannica ha percorso.
Per prima cosa, però, Eusexua desidera essere fisico, diretto e sensuale: senza timore di guardare addirittura ai beat di Ray of Light di Madonna, album al quale da diversi critici è stato avvicinato, è un disco che vuole far ballare spezzando con forza le catene dei tabù e dei timori che ci perseguitano e che ci imprigionano. È da queste necessarie riflessioni che twigs ha costruito l’Eusexua Tour, che dopo un pugno di date – soltanto cinque – tenutesi lo scorso marzo è ricominciato qualche giorno fa a Berlino e ha toccato, nella serata successiva a quella nella capitale tedesca, il Forum Karlín di Praga.

Prima di twigs, alle 20, sale sul palco Koreless, produttore britannico che ha collaborato in più occasioni con Tahliah Barnett e che la accompagnerà anche in diversi momenti del concerto in piedi in fondo al palco alla loop station e alla tastiera. Il suo set è ipnotico e cinematico, con invenzioni ritmiche e melodiche stuzzicanti e suggestive. Poi, dopo una pausa di mezz’ora successiva al set di Koreless, alle 21:05 sale sul palco Barnett. Rispetto ai concerti di marzo, nelle prime due date di questa nuova tranche dell’Eusexua Tour – che toccherà anche alcuni importanti festival europei come il Primavera di Barcellona e il We Love Green di Parigi – la scaletta presenta qualche piccola variazione, forse perché maggiormente pensata per il periodo primaverile ed estivo che sta per arrivare.
Già dai primi istanti del concerto l’atmosfera è suggestiva e il pubblico è infuocato. Lo spettacolo si apre con l’esplosione di energia di “Perfect Stranger”, accompagnata, come quasi tutte le canzoni del concerto, da una coreografia ritmica e visuale esplosiva ed esaltante. twigs è concentrata ed emozionata, ed è un tutt’uno con i ballerini che la accompagnano e che rendono ancor più corale e movimentata la prima parte del set. Diviso in atti, lo show è un concept che mixa momenti di pura liberazione della mente e del corpo abbaglianti e graffianti con passaggi più intimi e cantautorali durante i quali i ballerini talvolta escono di scena o restano seduti sulle impalcature che più indietro completano il setting lasciando Barnett da sola sul palco.

L’Act I, intitolato “The Practice”, prosegue con una risoluta e trascinante “Room of Fools”, con una raffinatissima “Hours” e con una performance da brividi di “Striptease”, nella quale twigs si lascia coprire e scoprire da un elegante vestito rosso, fino a nascondere e poi rivelare persino il proprio volto e le braccia, quasi facendosi intrappolare da esso, dando, così, una plastica definizione di quello che il testo del brano – «Opening me feels like a striptease» – racconta. Il finale del brano è uno sconquassamento emotivo plasticamente evidenziato dal selvaggio e indomito scatenarsi di twigs e dei suoi ballerini. “24hr Dog”, con un’intro più lunga rispetto alla versione pubblicata sul disco, procede su base mentre twigs si dedica alla pole dance, dove movimenti sinuosi e sensuali s’intrecciano in una raffinatezza e una preziosità rare.
Uscita twigs dal palco per pochi secondi, i ballerini danno vita a una danza vigorosa e sciamanica che s’incanala ben presto, mentre Barnett riemerge dall’impalcatura posta nella parte posteriore dello stage, in un movimento magnetico e accattivante sulle note di “Eusexua”: l’Act II, “State of Being”, è appena cominciato. In diverse parti del concerto i brani si uniscono l’uno dopo l’altro senza soluzioni di continuità e così, in questa fase, l’inedito “Perfectly”, pura elettronica dance di altissima qualità, viene agguantato dalla tagliente “Drums of Death”, sperimentale e divertita, che avanza come base mentre twigs e i ballerini si scatenano sul palco. In questa fase si intrecciano anche tre eccellenti episodi di Caprisongs, “oh my love”, “honda” e “papi bones”, eseguiti con intensità e con trasporto. In seguito arriva “Glass & Patron”, tratta dal bellissimo EP M3LL155X, poetica e seducente nel suo andamento ritmico caracollante e sinuoso. Chiude questo capitolo “Girl Feels Good”, uno dei passaggi più vigorosi dell’ultimo disco. Anche in questo caso twigs infiamma la sala concerti con alcuni momenti di danza incredibili e con una performance vocale straordinaria. Anche per quanto concerne la voce twigs è perfetta dal primo all’ultimo minuto del live.

Dopo un’ampia outro di danza lasciata ai suoi compagni di viaggio sul finire di “Girl Feels Good”, twigs ritorna sul palco per l’Act III, “The Pinnacle”, l’ultima parte dello show. I ballerini si muovono come maschere imperscrutabili di una pièce di teatro misteriosa e antica. twigs rientra in scena quando l’intera prima strofa di “Home with You” si conclude: dopo un attimo di silenzio, una manciata di secondi carichi di tensione, inizia a cantarne il ritornello con soave leggerezza: «I didn’t know that you were lonely / If you’d have just told me, I’d be running down the hills to you».
Il brano a quel punto squarcia ancora di più il velo simbolico che distanzia l’artista dalla persona: i movimenti primitivi di Barnett diventano un tutt’uno con i suoi sentimenti mentre quasi striscia sul palco prima di rialzarsi e intonare, con la concentrazione e con la convinzione di chi sta per pregare, il secondo e ultimo chorus. Ci travolge un altro momento di sospensione, più lungo di quello precedentemente descritto, colmo anche questo di attesa e d’incertezza, prima del “too” finale, lacerante e definitivo. La meravigliosa “Numbers” che segue vede twigs e compagni creare una sublime coreografia dove, nei giochi di riflessi delle luci rossissime che rendono i corpi sul palco sagome e ombre, Barnett fa volteggiare una spada e immagina di trafiggere da parte a parte chi ha osato ferirla, proprio mentre ripete «Tonight, I’ve got a question for you / Tonight you want to live or die?». Vestita di rosso e con una parrucca rossa twigs esegue poi i classici “Water Me” e “Two Weeks”: è sola sul palco e apre il suo animo al pubblico con una sincerità spiazzante mentre interpreta versi come «Smoke on the skin to get those pretty eyes rolling / My thighs are apart for when you’re ready to breathe in» come un’equilibrista che è sospesa nel vuoto.

Prima del pezzo finale c’è tempo per “Sticky”, brano tratto dall’ultimo disco, che era stato eseguito nei concerti di marzo ma che non è in scaletta né a Berlino né a Praga: dopo aver sentito che alcuni spettatori la richiedono con insistenza decide di cantarla e si rivolge alla band perché faccia partire la base. Dopo alcuni versi, però, dice di non ricordare per intero il testo e chiede a uno spettatore lo smartphone per poterlo rileggere: tra sorrisi e applausi twigs porta a termine il pezzo in maniera perfetta anche accennando a un’elegante danza finale. Dopo i saluti e i ringraziamenti, con Barnett che sorride felice e quasi si commuove, è arrivato il momento della conclusione, come sempre affidata a “Cellophane”, una delle canzoni più belle dello scorso decennio, un momento di un’intensità poetica straordinaria.
Il pubblico è col fiato sospeso mentre Barnett allunga le sillabe e pesa gli attimi di silenzio del brano rendendoli veri e propri macigni. È dentro la canzone con la mente e col corpo, diventa lei stessa la canzone, mentre uno dei suoi musicisti suona il piano nella penombra in fondo al palco e lei, al centro, sempre vestita di rosso, soppesa ogni parola e persino ogni respiro con lucida onestà. Il commiato – «They’re hating / They’re waiting / And hoping / I’m not enough» – è nuovamente anticipato da un breve momento di silenzio in cui tutto il pubblico applaude e ringrazia Barnett, che procede poi a concludere il pezzo quasi sussurrando, sofferente, le parole finali. Tra gli applausi, gli inchini e i ringraziamenti c’è anche il tempo di autografare un vinile e salutare con gratitudine gli spettatori. Se riuscite, andate al più presto a uno spettacolo dell’Eusexua Tour, perché è un’esperienza grandiosa.


