IKEA-POP vol.14 – Riviera goes Sweden

L’indie-pop svedese nei tredici volumi della nostra rubrica IKEA-POP ha cercato di riconfigurare le coordinate della Sindrome di Stoccolma. Quasi anacronistico parlare della celebre patologia psicopatologia teorizzata dallo svedese Nils Bejerot che deve il suo nome a quella rapina nel 1973 alla Kreditbanken in seguito alla quale i sequestrati finirono per assumere una clemenza mista a difesa attiva per i rapinatori. Perché in realtà se si è presi in ostaggio per qualche settimana, o peggio se per qualche mese, dalla Svezia contemporanea, ci si ritrova perdutamente innamorati. Poco importano i tormenti climatici, esistenziali, amorosi ed epatici che spesso determina la patria dell’Ikea e della Ericsson. L’amore è amore, insomma. E per riassaggiare l’agrodolce gusto della sindrome di Stoccolma bastano due settimane altrimenti anonime in Romagna. Base di lancio il Bronson di Ravenna. Non potrebbe essere altrimenti.

Dopo l’assaggio del 7 marzo con le tremende Those Dancing Days, in attesa dei Wildbirds & Peacedrums e The Tallest Man On Earth tornano finalmente in Italia per tre date, quei tristoni dei Radio Dept, con inevitabile chiusura il 24 marzo al Bronson. Resi dopo l’impeccabile esordio un fenomeno internazionale dall’astuta Sofia Coppola. Scelti nel 2006 per la soundtrack del discusso Marie Antoinette come perfetto sottofondo dimesso alle turbe adolescenziali della regina Kirsten Dunst, accanto peraltro a grandi vecchi della wave (The Cure, Siouxsie & the Banshees, Gang Four. Un secondo disco sottotono e derivativo, la rinascita estiva dell’anno scorso di “Clinging To A Scheme” a rimettere tutto a posto.
Cosa aspettarsi da un live targato The Radio Dept.? In fondo sono una band molto bedroom. La loro dimensione ideale in fondo si confà a caleidoscopici panorami immaginati nel soffitto della propria camera mentre si sogna a occhi aperti stesi sul letto in un pomeriggio senza pretese.
Così in questo Bronson in un anonimo giovedì, in platea i più si spazientiscono. Come se nel 2011, si potesse ancora pretendere l’esecuzione del capolavoro “Lesser Matters” per intero. E invece arrivano soltanto “1995”, i sussulti di “Ewan” e la clamorosa “Keen On Boys” (vedi Coppola) a risollevare gli animi. I tre nerd di Lund si barcamenano con un male di vivere scandinavo proverbiale tra una tastiera singhiozzante, basi e la voce alienata di Martin Larsson. Il distacco è quello giusto. L’unica cosa che si dovrebbe pretendere da una band così sociofobica. Eppure tutto sfugge tutto così liscio, così evanescente in meno di tre quarti d’ora. E a qualcuno sembra dispiacere. Poco importa ai più la tenue atmosfera dream-pop e quelle chitarre tributo continuo a Slowdive et similia. Eppure lasciano il segno. La doppietta “The Worst Taste In Music” e “I Wanted You Feel The Same” dal vivo amplifica il suo spleen. Solo l’ultimo classico “Heaven’s On Fire” e “This Time Around”, una sorta di happy hour sulla west coast svedese, scaldano l’atmosfera. Alt. Ma perché dovrebbero?

Per quello bastano e avanzano gli Shout Out Louds lunedì 4 aprile. Il quintetto di Stoccolma, attivo anch’esso dal 2003, ha fatto incetta di Smiths e Cure come il 95% della popolazione musicale svedese. Inserendoli in un sound molto attuale e catchy. A tratti da risposta indie-pop ai Phoenix per l’incredibile attitudine melodica. I cinque indie di Stoccolma sono una macchina da singolo. “Howl Howl Gaff Gaff”, “Our Ill Wills” e l’ultimo validissimo “Work” dello scorso anno, sono infarciti di buone sentimenti e canzoni da amore a prima vista. Il timbro di Adam, vocalmente Robert Smith, narcisisticamente Brandon Flowers dei Killers per la sua tendenza a piacersi e farsi piacere sul palco, è obiettivamente monocorde. Ma le canzoni ci sono. E, a differenza dei coevi Radio Dept, in un ancor più sfigato lunedì, gli Shout Out Louds mettono a dura prova gli animi del Bronson. In misura uguale e contraria Il weekend è stato duro. La filiale estiva, al secolo il bagno Hana-Bi ha aperto il giorno prima, ma il club ravennate si trasfigura nel Debaser della capitale svedese. Per una notte è come se il chiosco delle piadine fuori dal locale per una notte sfornasse köttbullar Loro non fanno fatica a farsi apprezzare. L’approccio è da grande platea, malgrado non ci siano più di 150 resistenti del lunedì.

Il tempo di innamorarsi a prima vista della tastierista e seconda voce Bobban che il feeling dei cinque amici d’infanzia esplode. In tutti i suoi imprevedibili colori. “1999”, “South America” e “Loud” crea subito quell’atmosfera da festa che meno ti aspetti. Come quando in serata a Stoccolma si svuotano le strade e il grigio non si insinua nei club di Sodermalm. Dove tutti hanno una chance. Un po’ come loro, banali ma giusti protagonisti di festival internazionali e svariate colonne sonore, pubblicità e subdoli motivi di celebrità che comunque fanno comodo. Si possono pure permettere un intermezzo di doveroso tributo a “All My Friends” degli ormai compianti LCD Soundsystem e un tributo agli amici del Covo, dove loro hanno esordito in Italia qualche anno fa. Oggi sembrano potersi permettere di tutto. Anche di buttare così nel mezzo i campanacci del tormentone indie “Tonight I Have To Leave It”. Senza tenerselo per il bis. Perché c’è “Please Please Please” a chiudere. E tre brani, con un’energica riedizione della splendida ballad alla Echo & The Bunnymen “Impossible” e l’ultimo successo “Walls”. Momenti da karaoke, gridolini da fan accanite. Niente può fermarli. Se i Cure scrivessero ancora brani del genere, si smetterebbe di ricollegare il sovrappeso di Robert Smith alle loro anonime uscite degli ultimi quindici anni. Per un’Ikea-Pop all’insegna di un politically correct molto scandinavo.

Dopo questo revival che più revival non si può della Svezia Anni Zero, è giusto lasciare spazio a quanto di nuovo offre il panorama svedese. Con un flash che anticipa la rinascita della rubrica grazie a una sindrome di Stoccolma postuma riesplosa in Romagna.

Mentre la già sufficientemente onorata Lykke Li finisce in copertina su Spin e sbanca sui late show americani oltre che su Kalporz (vedi recensione), sembra doveroso celebrare il ritorno degli Acid House Kings. Vent’anni di onorata carriera. Solo cinque album, ma abbastanza per tracciare il perimetro dell’egemonia twee-pop nella scena indipendente svedese, ovviamente sotto Labrador Records. Joakim Ödlund, Julia Lannerheim, i fratelli Niklas e Johan Angergård non hanno mai perso spunti e idee per scrivere dei brani pop perfetti. “Music Sounds Better With You” è un inno d’amore alla canzone svedese contemporanea. In fondo senza di loro non ci sarebbero i Radio Dept, gli Shout Out Louds. E l’unica Stockholm Syndrome che ci resterebbe sarebbe forse quella degli Yo La Tengo. Che non sarebbe affatto male, ma qui in fondo si vaga su altre latitudini.

5 aprile 2011

(Piero Merola)

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