THE SOULJAZZ ORCHESTRA, “Rising Sun” (Strut, 2010)

Cos’è la Globalizzazione? Crescita delle interazioni, della comunicazione e dell’integrazione tra regioni diverse, lontane. Un processo di vasta portata e profondità, sia in positivo che in negativo. Una questione delicata per la quale qualcuno ci è addirittura morto. Il mio pensiero a riguardo è sempre stato più o meno fedele a se stesso: l’essere umano è un tipo limitato, che soffre della sua incapacità costitutiva, per questo necessita di libertà sempre maggiori, speranze, distrazioni e possibilità libertà che, però, lo ingabbiano e lo sconvolgono come nuovi assurdi limiti. Così anche la Globalizzazione. Vediamo un esempio pratico: la Souljazz Orchestra, un gruppo Canadese che suona una miscela d’incandescenti vibrazioni Soul, Afrobeat, Samba, Latin Jazz e Rare Funk, come se di volta in volta fosse un gruppo di giovani afroamericani degli anni ’60 che registra per la Stax, un combo nigeriano che emula il semileggendario Fela Kuti, di salsisti cubani trapiantati a New York, o di raffinati jazzisti modali nascosti in un fumoso localaccio della Parigi del dopoguerra e così via. La cosa è ovviamente innaturale e insieme possibile, giustificabile: ognuno può sentirsi e fare cosa più gli pare e piace, perché tutto è di tutti, immediatamente disponibile e applicabile e (scomodando Nietzsche) niente è più vero e tutto è permesso. È stimolante pensare che un giovane pastore afgano possa innamorarsi di Burzum e mettere su una band Black Metal, ma è al tempo stesso anomalo, nel senso di artificioso e poco serio. Così questa Globalizzazione musicale permette al gruppo canadese di produrre ottima Black music, molto attenta e rispettosa, varia ed esotica, ma al tempo stesso vuota di quel senso profondo che sta nella specificità e nel destino di certe espressioni culturali. In questo senso “Rising Sun”, edito dalla solita Strut, è un disco che sembra davvero una compilation di World Music dedicata a un certo Jazz contaminato, dal Soul afroamericano principalmente e poi dal Funk, dal R&b, dai ritmi afro-latini e dall’Afrobeat, suonato con passione e potenza, sapienza e conoscenza. Per gli amanti del genere è qui disponibile un pieno di atmosfere inedite, filologicamente ricercate e ricreate con grazia, ma comunque dirette dall’impulso immediato dell’emozione che è necessità dell’anima (si parla di Soul appunto) di vivere e farsi espressione di sentimenti ed emozioni fusion. Precisione e incertezza, storicità e atavicità giocano in un lavoro di recupero e ricalco, forte della lezione dei maestri (ci sono echi latini, coltraneiani, samba, afrobeat e marvingayeiani) e della volontà di riproporre ad hoc una miscela per forza di cose entusiasmante e coinvolgente. Il ritmo afro-latino di “Agbara” è un viaggio spirituale che va dal Brasile alla Nigeria, da New York a L’Havana, generando un’esplosione di Groove assassini, avviluppata in una luce di gioia africana, mossa da percussioni incalzanti, fiati super-Funk e un arrangiamento maturamente nu-Jazz: il tipico pezzo che farebbe ballare chiunque in qualsiasi stato d’animo e in qualunque posto egli si trovi. La lunga e affascinante “Negus Negast” è un latin-Jazz meticcio, al limite del suono gitano e della sperimentazione etnica di Mulatu Astatke, dall’esecuzione analitica e intelligente, impreziosita dall’esoterico flauto di Zakari Frantz e dal lavoro al semi-inprovvisato di sax e percussioni. In “Lotu Flower“ l’orchestra finge di rivivere la grande stagione del Jazz modale, approcciandola con l’arma postmoderna della rilettura Chill-Out. ”Serenity” è un lento Jazz pianistico dal respiro esotico che riporta alla lezione di John Coltrane, qui agita e semplificata in termini di mood e contrasti di volume. In “Consacration” si rielaborano scale e atmosfere indiane, attraverso il medium spirituale del sax baritono prima e, poi, del contralto. Aleggia, soprattutto nelle pause e nel sapore in bilico tra contemplazione e aggressività, il fantasma di Miles Davis, ma non diciamolo a nessuno che potrebbe pur sempre apparire come una grandissima bestemmia. Chiude il disco una cover (in due tempi), “Rejoice” del fondamentale e geniale Pharaoh Sanders. Un pezzo dell’81, ancora oggi moderno e spettacolare. Una traccia selvaggia ed estrosa, una composizione carica di eleganza, creatività, brillantezza e ingegno Free Jazz, che rappresenta probabilmente il brano migliore dell’album, ma appunto è una cover… Ben suonata, ma pur sempre una cover.

(Giuseppe Franza)

20 dicembre 2010

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