BLACK MOUNTAIN, “In The Future” (Jagjaguwar, 2008)

Dividendosi fra le cime rosa dei Pink Mountaintops e quelle nere dei Black Mountain, Stephen McBean si è costruito la sua piccola comune freak nella quale sfogare il proprio ego di uomo fuori dal tempo. Se con i primi la voglia di diventare i Velvet Underground del 2000 veniva un attimo offuscata da un interessante suono più lo-fi e “sperimentale”, con i Black Mountain, e in particolare con questo nuovo capitolo, le cose si fanno ben più semplici e dirette.

Per questo “Stormy High”, piazzata furbescamente in apertura, sembra un classico già al primo ascolto: un riff che sa di Black Sabbath, un incedere tipicamente hard rock e un tappeto di tastiere e vocalizzi che danno al tutto un tono paurosamente epico. E questo è solo l’inizio. Eppure un disco come questo, passatista fino alla nausea (ma non è detto che questo non piaccia), va al di là del semplice rock’n’roll anni settanta. Se infatti nel riff Sabba-Zeppelin si esauriscono pezzi come “Stormy High” o “Evil Ways”, il resto si gioca carte ben più avvincenti.
Il primo indizio viene dall’auto-definizione scritta sull’adesivo attaccato al cd che tengo fra le mani: “psych-and-prog-spiritual pioneers”. Ecco. Già da questo inquietante accostamento, che di primo acchito suona anche un po’ ridicolo, possiamo ricavare un sacco di cose. Perchè “In The Future” non è altro che un calderone bollente nel quale sono stati gettati ingredienti vari dell’epoca che fu (forse per questo a qualcuno verrà in mente il nome Mars Volta, ma purtroppo qui non si toccano proprio certi picchi di ambizione). “Wucan”, fra i pezzi migliori, viaggia così lungo il sottile confine che divide prog e kraut, mentre “Stay Free” è una fricchettonata folk che potremmo sentire nel prossimo film di Cameron Crowe. Allo stesso modo si passa dal pop di “Angels”, con un crescendo stupendo di mellotron, a “Tyrants”, divisa fra epiche velleità progressive a pura tamarraggine.

Saltando un paio di momenti fra l’inutile (“Wild Wind”, ballatina un po’ glam un po’ chissenefrega) e l’irritante (la pomposa “Queens Will Play”), non poteva mancare l’ovvio pezzo da sedici minuti e quaranta: “Bright Lights” è infatti la summa stilistica che da contratto deve presenziare in un disco come questo. E dopotutto ci è andata bene: la partenza sa di Pink Floyd del penultimo Waters (in zona “Animals”, per intenderci) che sfocia nel riff più semplice ma efficace di tutto il disco; una vera botta che nel giro di qualche minuto si esaurisce in un’atmosfera spazial-religiosa (?!?) che altro non è che la quiete prima dell’inevitabile esplosione finale. In un certo senso tutta l’essenza dei Black Mountain è racchiusa in questo pezzo: un po’ barocca ma eccitante.

La voce di Amber Webber, sorta di moderna Grace Slick, è lo spiritual che se usato con criterio (epica in “Bright Lights”, magica nella chiusura di Night Walks” ma davvero tediosa in “Queens Will Play”) può essere il vero elemento capace di fare la differenza in dischi come questo.
È pur vero che le chitarre di McBean sanno di tempi che non sono più; ma messa sul piatto una grandeur come quella di “In The Future” si realizza che questi pezzi hanno davvero tutta la dignità per farsi godere.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.