DOG DAY, Night Group (Tomlab / Audioglobe, 2007)

Mai letto un comunicato stampa? Raramente uno di quei fogli autocelebrativi e strabordanti di elogi riescono a descrivere bene quello di cui vorrebbero parlare. In questo caso, però, sì; hanno perfettamente ragione, quelli di Tomlab, quando scrivono che il debutto dei canadesi Dog Day sta da qualche parte tra “The queen is dead” e “Rather ripped”: le dodici canzoni di “Night group” sono essenzialmente pop, rumoroso quanto basta, con una voce maschile svogliata e i suoi controcanti femminili, il basso che si gonfia e satura lo spazio proprio come quello di Kim Gordon, le tastiere wave, i giochi citazionisti (“Carreer suicide” sembra un collage: la melodia di “Season of the shark” degli Yo La Tengo unita agli Smashing Pumpkins più sognanti e innamorati dei Cure), lo scuotersi veloce della ritmica…

I modelli sono perfetti, e “Night group” esce fuori proprio bene, non c’è che dire: i quattro Dog Day sono sufficientemente abili da mescolare le carte in modo da non rendersi semplici copisti (a parte una “Sleeping, waiting” per la quale i nervi di Morrisey sussulterebbero, o quella “Vow” che sembra strappata di forza a “Goo”), e un pezzo come “Oh dead life” sarebbe un ottimo singolo, con quel piglio da Lush suonate al doppio della velocità.

Eppure, più ascolto questo disco e più penso alle Organ: un solo disco, talmente poco originale da sembrare inciso su carta carbone eppure adorato dalla critica e portato in palmo di mano da qualunque blogger degno di tale nome, e lo scioglimento immediato, con la cantante che inizia a occuparsi di moda. Una parabola esemplare: dall’amplificatore alla passerella, senza ripensamento. Più forma che sostanza, insomma, ed è lo stesso problema di queste canzoni. Ma se ce l’hanno fatta le Organ, chi sono io per negare a questi quattro cerulei rocker il loro quarto d’ora di celebrità?

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