JARVIS COCKER, Jarvis (Rough Trade / Self, 2006)

Solo un personaggio come Jarvis Cocker poteva intitolare il suo lavoro solista con il proprio nome e usare il titolo per indicare una propria foto sulla copertina dell’album.

Jarvis Cocker, questo conosciuto: forse il vero e proprio dandy definitivo degli anni ’90, talmente teatrale e costruito (palesemente costruito, quindi non aspettatevi menate sull’artificiosità della sua musica, che non ne troverete in questa recensione) da permettersi più o meno qualsiasi cosa, leader della band che più di tutte marchiò a fuoco il pop del decennio con quel monolite che è “Different Class” – sì, anche più degli splendidi Blur di Damon Albarn -, dinamitardo terrorista del buon gusto, provocatore di facciata, straordinario esegeta di sè. Tutto questo è stato, ed è, Jarvis Cocker. Che giocava a fare David Bowie ma si scopre nel 2006 più se stesso che mai: perché “Jarvis”, esordio solista del capobanda dei Pulp, accetta come unico aggettivo possibile per catalogarlo jarvisiano. “Ma è un aggettivo che non significa niente!”, direte voi: esatto.

“Jarvis” è un accumulo di canzoni lievi, gentili, carine, a tratti belle, che non dicono praticamente nulla di nuovo. Sono il cinguettare di un uomo che, innamorato da sempre di sè, declama più per se stesso che per gli altri. Canzoni allo specchio, dunque: melodiose e d’antan come “I Will Kill Again”, sculettanti e birichine come “Don’t Let Him Waste Your Time”, con una foto di Mick Jagger smarrita nel mezzo di un album sul “Rocky Horror Picture Show” come “Black Magic”, in odore di santità come “Baby’s Coming Back to Me”, in odore di Bowie come “From Auschwitz to Ipswich”. Oppure, semplicemente, copia e incolla del proprio passato, come quella “Fat Children” che potrebbe facilmente diventare la nuova hit per i brit-poppettari del nuovo millennio.

Eppure, nonostante tutto, non si può bocciare un album come “Jarvis”: non si può farlo perché quello che c’è qui dentro, al di là di ogni discorso, è valido. Certo, non ha la genialità del passato, non vi si avvicina neanche lontanamente, ed è furbo fino all’inverosimile.
Ma dopotutto non è Jarvis Cocker artista dal quale pretendere sincerità: sarebbe come offendersi perché Ratzinger prega. Bisogna prenderlo per quello che è, questo istrione della società dello spettacolo. Senza idolatrarlo quando non ne vale la pena – ed è questo il caso in quesione – ma ricordandosi sempre che è vero che è l’autore di “Different Class”…ma è anche colui che canta alla festa di Hogwarts in “Harry Potter e il calice di fuoco” (ah, il nostro si è dato al cinema anche nel recente “Children of Men” di Alfonso Cuaron), e questo non è successo certo a caso.

Insomma, prendetelo come viene Jarvis Cocker e siate certi di una cosa: se lo odiavate odierete “Jarvis”, se lo idolatravate idolatrerete “Jarvis”. Io, nel fatidico mezzo, dico che è un album più che sufficiente. Ma non nascondo di canticchiare ancora “Underwear” in un angolo della mia mente, con sguardo vagamente malinconico.

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