BRIGHTBLACK MORNINGLIGHT, Brightblack Morninglight (Beggars Banquet / Self, 2006)

Se il vinile fosse ancora il formato standard per l’ascolto della musica, dischi come questo renderebbero cento volte tanto. Non sono discorso da vecchio nostalgico, ma un dato di fatto. Sentire il suono caldo di un Fender Rhodes così in primo piano fa pensare a quanto sarebbe ancora più caldo con il fruscio del padellone. E cosa dire di quelle slide che arrivano direttamente dai Mojave3? Il cd e l’mp3 per certe cose non vanno assolutamente bene. Insomma, il mood generale qui vaga in un etereo impercettibile dove Neil Halsted e Rachel Goswell banchettano con i Mazzy Star e i Galaxie 500. Non c’è niente di digitale. Ed è tutto così tremendamente fuori moda da essere bellissimo. “Brightblack Morninglight” è il secondo disco di questo gruppo omonimo di cui poco o niente si sa. Solo che arrivano qui malcagati – per forza, senti la musica! – e ad un prezzo che lasciarli sullo scaffale è delitto (13.50 €, ringraziamo il gruppo Beggar’s-Matador-4AD per l’attuazione di siffatti prezzi politici): non c’è niente in questi 53 minuti che possa far pensare al successo di massa o il culto esasperato. Solo fascino e bellezza per i pochi che riescono a comprenderne le trame.

Questione di genere? Non esattamente. Non si tratta di slow-core, di dream-pop o psichedelia. O meglio, non solo. I Brightblack Morninglight sono tutto questo è molto più. Sono l’eredità storica degli anni ’60 meno luminosi che si bagnano nel folk-acido e si perdono nel labirinto di Alice. Sono i suoni che negli anni ’80 facevano la felicità di chi non era nè new-romantica, nè dark e si perdeva nelle chitarre distorte (chitarre qui completamente assenti, giusto per precisare). Sono dei ragazzi che negli anni 2000 vivono di luce propria cercando di portare avanti un’idea più che una “carriera”. E quest’idea è bellissima. Ammaliante. Affascinante. Tra le migliori ascoltate quest’anno. Perché a volte anche noi barbogi da scrivania ci ricordiamo di avere un cuore.

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