PLACEBO, Sleeping With Ghosts (Hut/Virgin, 2003)

Leggo un’intervista rilasciata dai Placebo ad una rivista musicale, e ad un certo punto dalla bocca di Stefan Olsdal, bassista della band, esce una frase come “Quando si tratta di chiuderci in una stanza e accendere gli amplificatori, non ci batte nessuno”; ecco, una dichiarazione del genere può scatenare solo una buona dose di sarcasmo, se detta dai Placebo, qualcosa come: “se si tratta di accendere gli amplificatori non vi batte nessuno, ma dopo averli accesi bisogna anche suonare qualcosa, sapete?”.

E ascoltando questo “Sleeping with ghosts”, purtroppo, quanto detto non sembra nemmeno una cattiveria tanto gratuita: non c’è traccia del tanto strombazzato disco elettronico di cui aveva parlato la band, ma solo le SOLITE canzoni che mischiano glam, rock e punk, con il SOLITO sguardo (auto)compiaciuto su relazioni umane malate e stucchevoli perversioni di maniera, con la SOLITA vocalità nasale e indolente di Brian Molko.

Lo avrete notato, c’è una parola ricorrente nella frase precedente…
Dodici canzoni e nessuna scossa, solo qualche episodio decente, ma il resto è noia, e non perché le canzoni siano brutte, ma perché “Sleeping with ghosts” sembra una copia senza idee e con una sottilissima verniciata elettronica delle prove precedenti: si salvano parzialmente da questo piattume l’iniziale “Bulletproof Cupid” (se non altro perché è strumentale, e continui ad aspettare la vocina del cantante, che ti sorprende proprio non arrivando mai), la title – track, la bella “Special needs” e la melodia malata della conclusiva “Centrefolds”, ma in fondo dire che qualche episodio si stacca dal resto è una gentilezza che questo disco non merita.

In breve: “Without you I’m nothing” era un ottimo disco, “Black market music” iniziava a mostrare la corda, “Sleeping with ghosts” spacca. Le palle.

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