DAVE MATTHEWS BAND, Everyday (BMG/RCA, 2001)

Per alcuni artisti (pochi, sfortunatamente) il peggior nemico è il confronto con se stessi. Mantenere lungo una carriera pluriennale i medesimi livelli qualitativi risulta essere un’impresa ardua e talvolta improponibile. Un artista come Dave Matthews è stato in grado di raccogliere nel corso degli anni il consenso entusiasta della critica e l’amore incondizionato dei fans. In quest’ottica, “Everyday” costituisce probabilmente una battuta d’arresto. Per carità, intendiamoci, non si tratta di un brutto disco. Tuttavia, dopo album ormai “epici” come “Before These Crowded Streets” o “Under The Table And Dreaming”, ci si aspettava un “salto” ulteriore. Salto che in realtà, riproponendo con un certo manierismo formule ampiamente collaudate e dal successo sicuro, si è rivelato una capriola su se stessi.
Ciò che invece non si può assolutamente rimproverare è l’assoluta pulizia esecutiva e il feeling che questo manipolo di musicisti riesce a trasmettere. Primo fra tutti, ovviamente, Dave Matthews, la cui voce si rotola e si contorce su note che, se cantate da altri, risulterebbero di un’irrecuperabile banalità. Questo è il tocco magico dell’artista.
Le prime perplessità sorgono già dal primo pezzo, “I Did It”, canzone tendente al pesante, più adatta ad una “hit” degli Aerosmith che alla band di Dave Matthews (galeotto forse il produttore Glen Ballard, compagno di suoni di Alanis Morrisette, Corrs, Steve Tyler & Co?). Gli altri brani proseguono, salvo rare e salvifiche eccezioni, su questa linea di “pop a tavolino”, non superando mai i cinque minuti di durata, non concedendo mai ampi respiri strumentali, tanto cari ai fan accaniti della DMB, e introducendo insolite e copiose incursioni di chitarra elettrica, che comunque non contribuiscono a raggiungere quel “power” a cui Dave Matthews ci aveva abituati. Certo i manierismi e le raffinatezze si sprecano, soprattutto grazie alla collaudata base ritmica (deliziosi i controtempi cassa-basso in “When The World Ends”) e grazie alle incursioni di sax di LeRoi Moore.
Ad ogni modo, le vette più alte vengono raggiunte grazie alla spinta propulsiva della voce di Dave Matthews, che in brani come “So Right” o la splendida e dolcissima “Angel” offre il meglio di sé.
Delusione. No, sarebbe eccessivo condannare un disco che a tratti regala comunque musica fuori dal comune e “buone vibrazioni”. Severità eccessiva? Forse. Ma è del tutto legittimo, dato che chi si è spinto così avanti non detiene più il privilegio di retrocedere. Rischierebbe di essere fucilato alle spalle.

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