AEROSMITH, Just Push Play (Sony/Columbia, 2001)

Ormai gli Aerosmith ci hanno preso gusto: dopo essere stati “sdoganati” grazie ad un singolo come “Walk This Way”, Steve Tyler e soci si sono adagiati placidamente nel loro ruolo di gruppo “mainstream”, per il quale hanno sacrificato la loro primordiale carica “trasgressiva”.

“Just Push Play” è l’ennesimo frutto di questa sempre più solida consapevolezza. I brani sono quanto mai piacevoli e, strano a dirsi, mai eccessivamente noiosi. Il segreto forse sta nel tentativo di offrire e miscelare quanto di meglio la premiata ditta Aerosmith riesce a produrre: melodie mielose ma urlate sguaiatamente, violini e violoncelli che vogliono essere benevolenti leccate d’orecchie nei confronti dell’ascoltatore meno smaliziato, pezzi “cattivi” al punto giusto che ricordino ogni tanto da dove viene questo manipolo di rocker un po’ addolciti.

Il singolo “Jaded” incarna perfettamente questo spirito. Ugualmente anche gli altri brani trovano una propria dignità. E così troviamo i classici brani tirabaci come “Fly Away From Here”, molto probabilmente prodotto con lo stesso stampino con cui era stato fabbricato “I Don’t Wanna Miss A Thing”, o “Luv Lies”, canzoncina molto “light”, pronta per essere lanciata dall’ennesimo video con la manza di turno a cavallo di una moto.

Ma non finisce qui. Gli Aerosmith vogliono fare a tutti i costi i moderni, e così si spingono in territori semisconosciuti e a volte rischiosi. Ne sono testimonianza fedele brani come “Outta Your Head”, in cui si intravedono pericolose incursioni nell’hip hop, ben lontane dalla già citata “hit” lanciata anni fa in compagnia dei Run DMC, o come “Under My Skin”, incentrata su un riff degno dei Rage Against The Machine, ma subito destinata a “svaccare” in un ritornello stucchevolmente melodico.

Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Questo “Just Push Play” risente fortemente della produzione dello stesso Steven Tyler, che tanto per cambiare fa letteralmente il bello e il cattivo tempo per tutta la durata del disco. Certamente c’è da levarsi tanto di cappello di fronte a Tyler e alle sue spericolate evoluzioni vocali verso l’alto; tuttavia, dopo cinquanta minuti d’ascolto, risulta veramente irritante la scelta di doppiare tutte, ma proprio tutte, le linee vocali, creando quell'”effetto Bryan Adams” davvero snervante”. Purtroppo questa sembra essere ormai una definitiva e consapevole scelta di sound. A fargli da contraltare troviamo sempre l’immancabile Joe Perry, rocker a riposo e onesto artigiano di licks chitarristici ottimi da fischiettare.

In conclusione, quasi a dimostrare quanto il concetto di “trasgressione” nel rock sia ormai diventato un’etichetta da esporre nei negozi di dischi, non poteva mancare l’ormai tritissima usanza della “hidden track”, breve stralcio di un minuto che riprende in versione “lo-fi” la “title track” del disco.
Niente di nuovo, dunque. Anzi, probabilmente la delusione sarebbe potuta nascere nel non trovare quelle rassicuranti certezze che gruppi ormai storici come gli Aerosmith sanno e devono offrire. Come sostengono i loro “zii inglesi” Rolling Stones già da qualche anno: “It’s Only Rock And Roll, But I Like It”.

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