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I CSI e l’Anticanzoniere di un’epoca
Ci sono libri che sembrano cartoline di un mondo che non esiste più. Ho visto un’alba blu. Un racconto letterario dei CSI, firmato da Michele Rossi per Baldini+Castoldi, ne è un esempio luminoso. Qui non si fa solo giornalismo musicale: si maneggiano macerie del Novecento e schegge di un’epopea che, piaccia o meno, ha ridefinito il perimetro dell’intelligenza rock in Italia. Dice bene Giorgio Canali, con la sua proverbiale ruvidità: «Forse il nostro era un atteggiamento da presuntuosi: avevamo l’impressione che quello che facevamo fosse meglio di quello che eravamo, quindi più di tanto non ci interessava il riconoscimento personale». Un perfetto manifesto anti-società dello spettacolo. Perché i CSI non sono – sì, usiamo il presente, ora che sono ripartiti e fanno concerti – una band nel senso commerciale del termine. Sono piuttosto un laboratorio di alchimie sonore e politiche, dove la chitarra grattugiata di Massimo Zamboni incontra l’epica ieratica e contadina di Giovanni Lindo Ferretti, passando per le tastiere di Francesco Magnelli, le distorsioni di Canali e la voce straniante di Ginevra Di Marco. Il libro di Rossi (come il precedente sui CCCP, Condotti da fragili desideri), nato da un imponente accumulo trentennale di carte, interviste e visioni, sceglie la via impervia dell’Anticanzoniere. Non una raccolta ordinata di testi per liceali in crisi mistica, ma un corpo a corpo filologico ed emotivo con sedici canzoni capitali. Da A tratti a Del mondo, da Linea gotica a Forma e sostanza, ogni brano viene accostato a un romanzo, a una poesia, a un saggio che ne diventa il sottotesto segreto. La parola scritta e quella cantata non sono separate da un muro: appartengono alla stessa faglia tettonica.
Ferretti, la fine dell’Occidente e il ritorno alla terra
«È un’arma la parola. Un’arma il tono, il ritmo», annota Ferretti. Soprattutto quando la parola affronta fenomeni collettivi: il muro di Berlino, il crollo delle ideologie, la fine del secolo breve. «Il Muro impediva la frana; era proprio l’ostacolo che bloccava due frane che si fronteggiavano. Senza Muro, le due frane si sono mescolate». È qui che entra in scena la grande ossessione ferrettiana: la fine dell’Occidente. L’Occidente non come radioso futuro da spot pubblicitario, ma come crepuscolo ostinato, un «già poi, difficile anche solo a definirsi». L’ex punk filosovietico dei CCCP, passato attraverso CSI e PGR per approdare ai monti dell’Appennino emiliano, osserva il cadavere della modernità con l’impassibile ironia di chi ha visto troppi imperi fare la fine dei cerini. In Del mondo, composta negli anni Novanta, il disastro postmoderno appare già in filigrana. In quegli stessi anni, da una parte Francis Fukuyama annunciava la vittoria definitiva del liberalismo e la fine della Storia; dall’altra Samuel Huntington prevedeva il ritorno delle fratture culturali. Ferretti fa un passo indietro e torna al borgo. La sua lente per leggere la catastrofe globale è una ferita privata: il distacco infantile dalla montagna, quel legame con la terra che la modernità gli ha strappato. «È il progresso. Prometto a mia nonna che tornerò a casa e ci saranno ancora i cavalli». Una frase apparentemente minima, dentro la quale si spalanca un intero processo alla modernità. Perché quando il progresso ti porta via dalla terra, dai cavalli, dalla fatica e dalla memoria, diventa difficile non guardarlo come una truffa ben riuscita. Oggi, nell’epoca della «connessione totale massificata, con il mondo nel palmo di una mano», quella diagnosi appare ancora più feroce. Alla domanda se l’Occidente abbia ancora senso, Ferretti risponde: «Occidente luogo da cui non giunge suono, luogo perduto». Non è più una questione di geografia, ma un cortocircuito dell’anima. E allora arrivano i cavalli: L’Una, Nubia, Sparta, questi i loro nomi. Non un vezzo bucolico, ma una necessità vitale, un antidoto al delirio antropocentrico. Nell’inedito Il cavallo allevato con cura, la scrittura diventa quasi liturgia: «Un cavallo allevato con cura è un dono per l’uomo dal Cielo». In questi versi c’è più filosofia che in molti trattati: il sacro sostituito dal protocollo, la terra dall’asfalto, la bellezza sterilizzata per paura del suo mistero.

Una musica che si misura ancora con la Storia
Leggere oggi Ho visto un’alba blu significa allora fare i conti con un conservatorismo mistico e tellurico, che affonda le radici nella carne dei padri e nel respiro dei puledri. Significa tornare all’Italia degli anni Novanta, all’assedio di Sarajevo, a Srebrenica, al crollo delle ideologie. I CSI, allora, non cantavano d’amore in senso deteriore: cantavano di confini, fratture geopolitiche, ascese spirituali e baratri interiori, rimanendo – per dirla con Maroccolo – «cani sciolti a braccare la vita, a fiutare l’indicibile, provando a dirlo e a suonarlo». E forse è proprio questo che rende il libro di Rossi necessario oggi. Mentre la musica pop diventa sempre più una faccenda di algoritmi, riascoltare Ferretti attraverso Fuochi nella notte, Montesole o Del mondo significa recuperare una musica che pretendeva ancora di misurarsi con la Storia. Ginevra Di Marco ricorda: «Giovanni mi ha portato nel profondo senza parole, credo di non aver mai più provato quel tipo di intensità». Mentre il mondo globalizzato si avvita nella sua algida follia digitale, Ferretti ha scelto la via più radicale: restare fedele alla linea della terra, ascoltare i nitriti e i brontolii, recuperare quello «sguardo animale» capace di camminare sul passato e sul futuro per approdare all’unico tempo concesso all’uomo: l’oggi. E pazienza se l’Occidente che abbiamo conosciuto non c’è più. In fondo, era morto già da tempo.
(Alberto Scuderi)

