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La Chute porta sul palco del CDP Il Progresso di Firenze Nero Kane con un concerto che non si limita a presentare un album, ma lo incarna. For The Love, The Death And The Poetry, l’album che dà il nome al tour, è il cuore pulsante della serata: un viaggio di psych dark folk e folk apocalittico che spesso si apre all’ambient, una liturgia gotica e decadente che indaga il legame eterno tra amore, morte e spiritualità. Fin dalle prime note, il pubblico percepisce di trovarsi davanti a qualcosa che non è soltanto musica, ma un movimento emotivo che trascina dentro un altro spazio. Nero Kane guida il pubblico dentro questo paesaggio sonoro con una presenza che non cerca mai il protagonismo, ma la risonanza. La sua figura, raccolta e concentrata, sembra quasi custodire un fuoco interiore che si manifesta solo attraverso la musica.
Accanto a lui, Samantha Stella porta la sua voce e il mellotron come elementi che non accompagnano soltanto, ma amplificano, trasfigurano, rendono visibile ciò che la musica suggerisce. I suoi movimenti misurati, la voce che emerge come un soffio rituale, la presenza scenica che sembra provenire da un altrove, costruiscono un dialogo che non è mai didascalico, ma profondamente simbolico. Il Progresso, con la sua intimità raccolta, diventa un luogo sospeso. Le chitarre essenziali e spettrali di Kane aprono spazi che sembrano appartenere a un deserto interiore, mentre le linee vocali assumono un sapore liturgico, quasi sacrale. Il blues minimale che attraversa l’album emerge come una corrente sotterranea: non cerca il ritmo, cerca la rivelazione. Ogni brano è una invocazione, una preghiera laica che si muove tra ombre e bagliori, tra la fragilità dell’umano e la durezza del destino. La sala, immersa nella penombra, risponde a ogni vibrazione come se fosse parte integrante del rito, un corpo collettivo che respira insieme alla musica. Il set scorre come un racconto unico, senza cesure. Non c’è la sensazione di una scaletta, ma di un flusso continuo che attraversa il pubblico e lo porta con sé.
Le atmosfere cupe e sacrali evocano fuochi fatui come presenze che abitano lo stesso territorio emotivo. Kane e Stella dialogano su diversi piani esistenziali che hanno interiorizzato e trasformato in un linguaggio personale: uno scambio silenzioso, fatto di sguardi, di gesti minimi, di respiri che diventano parte della composizione. In questo percorso, l’inserimento di brani come The Pale Kingdom e Angelene’s Desert valorizza ancora di più la percezione dell’evoluzione artistica di Kane: non sono richiami al passato, ma capitoli che ritornano trasformati, più maturi, più essenziali, perfettamente intrecciati al nuovo viaggio sonoro.
La sala ascolta con un’attenzione che sembra respirare insieme alla musica. Le melodie che nascono sul palco hanno una presenza sottile e penetrante, che si muove come un’onda lenta. L’ultima nota di Mary of Silence, rimane nell’aria come qualcosa di impalpabile, ma tangibile. Un’eco che continua a sussurrare all’orecchio del pubblico assorto, avvolto da un velo sottile, come se una presenza invisibile sul palco lo trattenesse ancora per qualche secondo, immerso nel viaggio sonoro che lo aveva rapito fin dal primo istante, lasciandolo in quello spazio sospeso in cui la realtà tarda a riaffiorare e lo sguardo rimane incantato, quasi in ascolto di un’ultima vibrazione che sembra non voler svanire.















