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Il Santa Valvola Fest sta per tornare: dopo un anno di pausa, l’11‑12‑13 settembre il festival riaprirà le sue porte con un’edizione che molti aspettavano come un segnale, un punto di ripartenza. L’anteprima del 5 Settembre all’Orto Sonoro di Prato ha subito chiarito le intenzioni: niente serate interlocutorie, niente timidi ritorni. Santa Valvola Records ha scelto di rimettere in moto la scena con una spinta che si è sentita fin dal primo ingresso nel cortile, come se l’energia accumulata nell’ultimo anno avesse trovato finalmente un varco.
A rompere il silenzio sono stati i Big Boss Man, e fin dal primo minuto è stato chiaro che per fare punk non serve una chitarra. Questa non è una mancanza: ma una scelta che ha definito tutto. Il duo basso + batteria ha costruito un suono che non assomiglia a nessun altro: il basso avanzava come una linea di comando, denso, elastico, capace di occupare lo spazio che altrove sarebbe affidato alle corde; la batteria rispondeva con colpi netti, asciutti, che trasformavano ogni brano in un corpo ritmico compatto. Il loro punk non si appoggia a nulla: non cerca riempitivi, non cerca ornamenti. È una forma di essenzialità che diventa freschezza, una sonorità che sembra nuova proprio perché ridotta all’osso. Il pubblico ha percepito subito questa particolarità: un’apertura che non imitava, non citava, non richiamava tradizioni, ma costruiva un territorio sonoro tutto suo. Una spinta iniziale cruda e lucidissima, fatta di ritmiche travolgenti e gran bravura, perfetta per aprire una serata pensata per non concedere tregua.












Il passaggio ai The Cogs ha cambiato la densità dell’aria. Quattro elementi, un’idea di rock and roll che non cerca rifiniture, un garage‑punk che arriva dritto, senza curve. Hanno attaccato i pezzi con quella loro immediatezza che non è spontaneità: è metodo. Riff che mordono, ritmi che spingono, voci che non cercano riparo. Si percepiva la loro genealogia sonora, certo, ma filtrata da un’urgenza che appartiene solo a loro. Il set è stato una pura scarica di adrenalina, un corpo unico che avanzava senza pause, senza ripensamenti. E quando sembrava che la tensione avesse raggiunto il suo picco, i The Cogs hanno chiuso con un colpo di teatro: tre pezzi in tre minuti, una raffica velocissima che ha attraversato il pubblico come un’onda d’urto. Nessun tempo per respirare, nessun tempo per capire: solo impatto.












A chiudere la serata sono stati i Not Moving, e il loro set ha avuto la forma di un viaggio onirico dentro la storia stessa della band. Non un concerto, ma una traversata: un percorso che attraversava decenni, estetiche, incarnazioni, come se ogni brano aprisse una porta diversa della loro carriera. Hanno preso il palco con un’energia che non chiedeva spazio: lo occupava, lo ridefiniva, lo trasformava nel loro terreno. Il loro suono diretto, selvaggio, viscerale, mescolava garage, punk, psichedelia, blues e rock’n’roll in un unico corpo pulsante, mentre l’impronta visiva diventava parte integrante dell’esperienza. Rita “Lilith” Oberti, con la sua voce e la sua presenza scenica, ha guidato il set come una figura sciamanica: un magnete che attirava lo sguardo e lo restituiva amplificato, trasformando ogni gesto in un segnale, ogni acuto in una fenditura. L’immaginario dei Not Moving ribellione punk, visioni psichedeliche, suggestioni dalle culture native, si è materializzato sul palco con una forza che non aveva bisogno di essere spiegata. Il set scorreva senza stacchi, senza pause, come un unico flusso: distorsioni che si allargavano, acuti graffianti che tagliavano l’aria, un susseguirsi adrenalinico che coinvolgeva corpi e sguardi. Sul palco e nel pubblico, tutto sembrava muoversi in una stessa direzione, contorcersi, vibrare. Fin dalle prime note, l’Orto Sonoro è stato rapito. Non c’era distanza tra band e pubblico: solo una corrente che attraversava entrambi, una seduzione che non lasciava scampo.
I Not Moving hanno chiuso la serata non con un punto, ma con una spirale: un finale che continuava a espandersi anche dopo l’ultimo colpo, lasciando nell’aria la sensazione di aver assistito a qualcosa che non si replica. Il Santa Valvola Fest torna dopo un anno di stop, e lo fa con una chiarezza che non lascia spazio ai dubbi: la scena alternativa toscana non è un ricordo, è un organismo vivo.

















