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Nel 2012 i Royal Blood sono due ragazzi di appena vent’anni, musicisti inglesi come ce ne sono tanti a quell’età, transitati tra diverse band e formazioni con le quali nessuno dei due ha mai trovato ciò che realmente cercava. I due, in quello stesso anno, si trovano in una sala prove per la prima volta a suonare assieme, con una formazione di soli basso e batteria. Bastano 20 secondi di jam per far rendere conto ai due di aver davanti il suono e la persona che entrambi stavano cercando.
Se ascoltiamo il disco d’esordio dei Royal Blood non facciamo fatica ad immaginare il perché Mike Kerr (basso) e Ben Thatcher (batteria) rimasero così stupiti da ciò che solamente in due potevano produrre. Il suono di “Royal Blood” rimane ancora oggi un concentrato di potenza, energia e furore che sembra provenire da una band ben assestata di almeno 5 membri.
I brani che compongono il disco nascono spontaneamente, figli dell’invidiabile intesa che scorre tra i due: pezzi brillanti, duri e incisivi, che ponevano le loro radici in gruppi come i Queens of the Stone Age e i Muse, ma in un suono moderno, vivace e aggressivo.
I riff semplici e potenti incastrati alla batteria vigorosa di Thatcher si accostano ai ritornelli pennellati dalla voce morbida di Mike Kerr che sfoga la sua aggressività su un basso, distorto, combattivo che è sostenuto da un sistema di splitter e pedali per inviare il segnale contemporaneamente ad amplificatori da basso e da chitarra
I Royal Blood costruiscono atmosfere oscure, trame strumentali prepotenti e ritornelli melodicamente seducenti in un disco che suona maturo e strutturato, con brani che si esprimono in maniera fin troppo eloquente
Il primo singolo “Out of the Black” inizia battagliero, con un riff che entra subito in testa; la batteria di Thacher ripassa il basso distorto, spigoloso che nella strofa tratteggia un’atmosfera cupa per poi abbattere tutta la propria potenza in un ritornello tuonante e massiccio. L’oscurità descritta da “Little Monster” o “Come On Over” diventa più confortevole minuto dopo minuto, rendendo quel buio sempre meno percepibile.

L’intero album è attraversato da un motore ritmico incessante, una forza propulsiva che sembra trovarsi alla base di ogni composizione. È questo motore a trascinare l’ascolto, inizialmente colpendo con la sua immediatezza e diventando poi sempre più travolgente, riff dopo riff.
All’uscita dell’album, nel 2014, Dave Grohl (storico batterista dei Nirvana, frontman poi dei Foo Fighters) dichiarava colpito: “Ho visto dei loro filmati dal vivo ed ero così entusiasta di vedere una band che fosse pesante, con dei gran riff, delle belle canzoni e capace di esibirsi davvero”.
Ed effettivamente l’entusiasmo di Grohl non fu un caso isolato. Il self-titled dei Royal Blood è stato nominato per il Mercury Prize 2014 e il Brit Award per il British Album of The Year ai Brit Awards 2015, vincendo il premio Best British Group. Ha debuttato al numero uno della Uk Albums Chart, diventando l’album di debutto rock britannico più venduto nel Regno Unito degli ultimi tre anni.
Insomma quei due ragazzi di Brighton, nel 2014 lasciarono un segno, il Royal Blood che ribolliva in loro si è scatenato e ha fatto breccia in tanti di noi.
Quando avevo tredici anni ho ascoltato i Royal Blood più di qualsiasi altro artista. Il loro debutto è stato una delle basi della mia formazione musicale e ha contribuito ad aprirmi le porte a mondi che non avevo nemmeno lontanamente considerato di esplorare.
“Royal Blood” è un album che mi ha colpito frontalmente, che mi ha lasciato un’impronta dall’inchiostro indelebile. È un album che conserva ancora oggi un suono di una modernità spiazzante, che risuona in una tracklist tarata su un livello che non accenna nemmeno per un momento a calare e che costituisce un pilastro nel rock degli anni Dieci.


