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A volte si ha la sensazione che certi album, magari poco conosciuti, fossero davvero destinati a finire in una sezione speciale del nostro Olimpo musicale. Arrivano per caso, mentre si cerca altro, magari saltando annoiati da un link all’altro. Fatto sta che a me sono bastati due minuti dal play di “Hawaii: Part II” dei Miracle Musical per restare catturato. Volevo disperatamente sapere dove si andava a parare, cosa sarebbe successo dopo. E non sapevo ancora nulla di tutta la “lore”, per usare un termine in voga, che c’era dietro. È bastato cercare qualche informazione in giro per spalancare un mondo. Sì, lo so, stiamo parlando solo di un disco. Ma a ben vedere è molto di più.

E a quanto pare non sono l’unico ad averlo scoperto così. Negli ultimi anni frammenti di questo album sono diventati audio virali su TikTok e Instagram, e una generazione di ventenni lo ha eletto a disco di culto, tra video-analisi, classifiche dei brani e teorie sulla trama. Uno strano destino per un lavoro uscito senza promozione e senza una parola di spiegazione.
Dalle ceneri dei Tally Hall

Facciamo qualche passo indietro. È il 12 dicembre 2012, il 12/12/12, a pochi giorni da quella fine del mondo che secondo la vulgata avrebbero previsto i Maya. Per tutta l’estate e l’autunno un contatore online ha scandito i giorni. A settembre il logo diventa cliccabile e porta a un pre-order a 7,77 dollari che regala subito un brano, “Variations on a Cloud”. Poi, alle 00:12:12 del 12/12/12, il disco appare. Il progetto si firma ミラクルミュージカル, cioè Miracle Musical in caratteri giapponesi, ma la band non viene dal Giappone e a dirla tutta non è nemmeno una vera band. È la creatura di Joe Hawley, che, affiancato da Ross Federman e Bora Karaca, chiama a raccolta quasi tutti gli ex compagni dei Tally Hall e diversi altri collaboratori. C’è anche Rob Cantor, sì, quello del tormentone virale “Shia LaBeouf”, che qui canta “Time Machine”.
I Tally Hall erano un gruppo di Ann Arbor, Michigan, nato nel 2002 tra i banchi dell’università. Si erano fatti notare per un’estetica da studenti modello, camicia bianca e cravatte colorate, e per quello che loro stessi chiamavano “wonky rock”: un pop-rock orecchiabile ma stravagante e ironico, una specie di Weezer infatuati delle Mothers of Invention. Scrivevano un po’ tutti e si divertivano anche con una serie web comico-demenziale autoprodotta; alcuni di loro, Hawley in testa, venivano infatti da studi di cinema. Dopo due album e qualche EP, nel 2011 la band entra in uno stato di inattività senza mai sciogliersi ufficialmente.
Isole, stelle e demoni

È a questo punto che Hawley dà forma a un’idea che si porta dietro da tempo. Secondo il suo racconto tutto nasce nell’estate del 1997, durante una vacanza di famiglia alle Hawaii, quando dice di aver “sentito” questa musica nella testa e di aver capito che prima o poi avrebbe dovuto realizzarla. Quindici anni dopo, eccola. Il nome del progetto richiama il musical, e in effetti il filo rosso è proprio quello: una storia raccontata attraverso brani che saltano da un genere all’altro. “Una specie di” storia, perché la trama non è affatto chiara. Ed è parte della sua magia. Come nei film di Lynch, si colgono accenni reali a un racconto che la mente si sforza di seguire, finché il regista lo manda all’aria tra contraddizioni e situazioni surreali. Questa ambiguità ne ha fatto negli anni una leggenda nascosta del web, con siti, forum, subreddit e youtuber impegnati a proporre la propria interpretazione.
A grandi linee c’è un uomo, che i fan chiamano Simon, e una donna, forse su un’isola delle Hawaii, che si amano perdutamente. Poi c’è un omicidio e lei muore. Lui viene accusato, rinchiuso in manicomio e sottoposto all’elettroshock. Riesce però a fuggire e a tornare sull’isola, dove forse muore, e solo nell’aldilà si ricongiunge a lei. O forse no, e secondo alcuni l’assassino è proprio lui. Ma potrebbe anche parlare di tutt’altro. I riferimenti sono infiniti: inglese biblico arcaico, geometrie esoteriche come la stella octangula, l’Erlking (figura del folklore nordico resa celebre dalla ballata di Goethe musicata da Schubert), stazioni spaziali, arcobaleni neri, e chi più ne ha più ne metta. Tutto l’impianto dei testi sembra costruito per generare suggestione e confusione allo stesso tempo. Perfino il titolo è un enigma: una “Parte II” senza una prima parte. E Hawley, sfinito dalle domande, ha chiuso la questione: nessuna Part I, nessuna Part III, smettetela di chiedere.
Anche la copertina sembra fatta apposta per alimentare il mistero. Una spiaggia di notte, al chiaro di luna, una palma, una scala che non si capisce dove porti, e in cielo, sospeso come una costellazione sbagliata, un pesce dall’aria inquietante. È un’immagine da cartolina esotica passata attraverso un incubo. Ricorda quei quadri surrealisti in cui ogni elemento, preso da solo, è innocuo, ma messi insieme ti lasciano addosso un disagio che non sai spiegare. Paradiso e minaccia nella stessa inquadratura: in fondo è già tutto il disco.
Ninnananne per naufraghi
Poi c’è la musica, un’altalena continua tra serio e faceto, bellezza e inquietudine, malinconia e divertimento. Ci sono le voci anni Trenta del brano d’apertura (“Introduction to the Snow”), che tornano quasi identiche nel finale (“Dream Sweet in Sea Major”) a chiudere il cerchio, valzer con archi armonizzati in modo sublime (“White Ball”, “Stranded Lullaby”) e perfino un rap su base chiptune a 8 bit, l’irresistibile “Labyrinth”, affidato al rapper Shane MauX, con il ritornello della cantautrice Charlene Kaye. Il punto di snodo è “The Mind Electric”, il brano dell’elettroshock: la prima metà scorre al contrario e la seconda nel verso giusto, un processo sotto acido in bad trip che richiama vagamente “The Trial” da “The Wall” dei Pink Floyd. Ma c’è anche dell’altro: quella voce filtrata dal vocoder che si arrampica su una melodia quasi operistica, dentro un contesto di “rieducazione” psichiatrica, fa pensare ad “Arancia meccanica”. Viene in mente la cura Ludovico, con la musica classica trasformata in strumento di condizionamento, e soprattutto la colonna sonora di Wendy Carlos, dove il vocoder dava a Beethoven quella voce metallica, disumana e stranamente seducente.
Non per il suono ma per l’idea di struttura, l’opera nel suo complesso mi ha ricordato moltissimo “Smile” dei Beach Boys o “The Genuine Imitation Life Gazette” dei Four Seasons. Anche lì, soprattutto nel primo caso, si ha a che fare con qualcosa di epico e narrativo che procede solo per suggestioni e contrasti emotivi.
A complicare le cose c’è proprio “Variations on a Cloud”, il brano del pre-order, che molti considerano il prologo o l’epilogo di “Hawaii: Part II” e che secondo alcuni si riferirebbe in qualche modo all’11 settembre 2001. Come sempre, tutto resta sfumato.
E non finisce qui. Nel 2014 Hawley pubblica una raccolta di demo dal titolo già di per sé vertiginoso, “Hawaii: Part II: Part ii”. A dicembre dello stesso anno arriva “Labyrinth”, un videogioco a 8 bit da scaricare, seguito dalla sua colonna sonora chiptune. Più che un seguito, una serie di porte laterali che portano sempre nello stesso posto.
Nel frattempo i Tally Hall, dopo anni di silenzio, nel 2025 sono tornati a suonare dal vivo. Senza Joe Hawley, però. Hawley si è rivelato negli anni un personaggio particolare e controverso, che ogni tanto se ne esce con interventi bizzarri sui social. Nel 2016 ha pubblicato un album solista, interessante e strambo quanto basta, ma non all’altezza di questo.
Forse è giusto così. “Hawaii: Part II” è rimasto un oggetto isolato, senza prima né vero seguito, un’isola a sé, come recita “Isle Unto Thyself”. E come certi dischi che sembrano aspettarti, prima o poi ti trova lui.

