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Kerala Dust, Circolo Magnolia, Segrate (MI) , 4 settembre 2026
Ci sono gruppi che sulla carta funzionano meglio di quanto riescano a fare su un palco. Con i Kerala Dust accade esattamente il contrario dal vivo la loro musica trova una nuova dimensione “liberandosi” e diventando più diretta.
Dopo il sold out dello scorso gennaio nello stesso Magnolia il gruppo inglese è tornato in questa torrida serata del 4 settembre, o meglio per il clima, 35 agosto, accolto da un ottimo numero di spettatori.
Frenato appunto dall’effetto ‘da studio’ avevo saltato la data di gennaio e per me era la prima volta che li vedevo dal vivo ed è stato sorprendente come il concerto si sia evoluto come un flusso continuo, con cambi di ritmi e quasi senza soluzione di continuità pur rimanendo esaltante e trascinante dall’inizio alla fine.
Ma andiamo con ordine: “Have You Heard Good News”, “The Orb, TX” e “How the Light Gets In” introducono nel mondo che i Kerala Dust privilegiano: beat potenti aiutati da strumenti ‘veri’ che sostengono il suono pulsante dell’elettronica di Edmund Kenny. Quando arrivano “Moonbeam, Midnight, Howl” e “Fever” il coinvolgimento è totale, non c’è nessuno che rimane indifferente, tutti ballano e lo show diventa più fisico,urgente e meno legato alle forme originali dei brani.
Difficile descrivere come il mix tra elettronica, psichedelia, blues e dance riescano a diventare parte dello stesso pulsare, ed è proprio questo a fare la differenza.

Come detto è impossibile non lasciarsi coinvolgere dai loro suoni anche quando l’elettronica viene messa da parte per lasciare spazio a chitarra, basso e batteria.
Anzi, è forse in questi passaggi che emerge con maggiore evidenza la natura della band: non un semplice progetto elettronico portato sul palco, ma un gruppo capace di trasformare la ripetizione in movimento e la stratificazione sonora in energia fisica.
“Violet Drive”, “Pulse VI”, “Still There” e “Love in the Underground” spingono ancora più avanti questo meccanismo, mentre verso il finale “Foreign Nature” e “Three-Six-Zero-One” preparano il terreno all’encore.
Poi arrivano “Nevada”, “Phoebe” e “White Noise”, a chiudere un concerto che non sembra tanto procedere per singole canzoni quanto svilupparsi come un’unica lunga traiettoria.
Ed è forse questo il punto: i Kerala Dust dal vivo vanno oltre le loro stesse canzoni. Le dilatano, le rendono corporee, le trasformano in uno spazio nel quale ballare, perdersi e lasciarsi trasportare.
Un concerto che ci voleva, sotto diversi punti di vista: per la musica, certo, ma soprattutto per quella rara capacità di ricordare che, a volte, ascoltare significa semplicemente lasciarsi andare.

(Raffaele Concollato)
