Share This Article
Dalla trilogia di Vini e Vinili ai romanzi: il percorso di Maurizio Pratelli tra musica, vino e ironia
Se c’è un’eresia, tra le tante, che il Novecento ci ha lasciato in eredità, insieme al saldo da pagare per le sue utopie finite al macero, è l’idea che la critica musicale debba essere (solo) una faccenda terribilmente seria. Magari con la puzza sotto il naso e il cipiglio da tribunale del popolo pronto a decretare chi è «venduto» e chi è «puro». Per nostra fortuna, a salvarci da questo oratorio per seminaristi della controcultura, c’è il bancone di un bar. Charles Baudelaire suggeriva di ubriacarsi continuamente, di vino, di poesia o di virtù, a scelta. Maurizio Pratelli, giornalista e flâneur con il vizio delle lettere e della bottiglia, in accordo con il principe del decadentismo francese, ha deciso ormai da tempo di fondere le tre opzioni in un’unica, personalissima contro-enciclopedia.
Il libro
L’ultimo capitolo di questa gaudente crociata s’intitola Drink parade. 101 canzoni da bere d’un fiato (Arcana, 2026), ed è un saggio che possiede la rara qualità di non prendersi mai troppo sul serio, pur maneggiando cose serissime quali musica e buon vino. Per capire il punto d’arrivo di quest’opera, occorre però ripercorrere la mappa delle precedenti bevute letterarie di Pratelli. La prima delle quali è rappresentata dalla trilogia di Vini e Vinili (33 giri di rosso, 45 giri di bianco e quell’incursione transalpina d’alta scuola che fu Gaber & Champagne), con cui l’autore milanese (dal 2006 impegnato anche come giurato del Premio Tenco) codifica un vero e proprio metodo eno-musicale. Il gioco, dichiarato fin dalle prime battute, era quello dell’abbinamento meditativo, aristocratico, artigianale: la vibrazione di una chitarra elettrica specchiata nell’acidità di un terroir, il verso d’autore distillato al pari di un vino d’annata. Poi c’è stata la parentesi non meno importante della fiction. Nei due romanzi, La fattoria del pop e il recente Scendo prima del capolinea, Pratelli ha preso i suoi feticci sonori e li ha cuciti su misura per personaggi disillusi, giornalisti a caccia di relitti pop ed esistenze fuori controllo. Proprio qui la sua scrittura affina la battuta fulminea, l’ironia disincantata di chi è consapevole che le canzoni non salvano il mondo, ma quantomeno aiutano a superare anche la peggiore delle giornate. Ebbene, è esattamente all’incrocio tra l’istinto del narratore e la bulimia del collezionista di dischi che si staglia Drink parade. Se nei primi libri ci trovavamo all’interno di un’enoteca d’essai, fatta di quelle naturali idiosincrasie tipiche dello snob, in quest’ultimo lavoro l’atmosfera cambia radicalmente: siamo dentro un bar metropolitano a tarda ora, davanti a un jukebox più o meno assortito, resuscitato dall’oblio. Scomparsa la liturgia fin troppo oziosa della degustazione, qui si entra nell’era del shot, della canzone di un istante irripetibile, della traccia sparata ad alto volume per far crollare le difese. Non è un ridimensionamento, anzi: è un’emancipazione fieramente pop. Il libro schiera 101 tracce come 101 calici da buttar giù senza troppe cerimonie. Pratelli attinge a piene mani dai suoi meandri più lisergici o sfrontati, mescolando sacro e profano con il piglio del navigato selezionatore che se ne infischia degli steccati ideologici. Il filo conduttore è la leggerezza complice. La musica non viene dissezionata con il bisturi dell’etnomusicologo, ma raccontata attraverso la suggestione, la memoria aneddotica, l’illuminazione istantanea. Pratelli sa che una canzonetta di tre minuti possiede la medesima gradazione alcolica d’un cocktail ben riuscito: riscalda il sangue, distorce piacevolmente la realtà e ti lascia in bocca il sapore imperdibile di ciò che poteva essere e non è stato. In questo slancio, Drink parade risulta persino più libero della trilogia enologica. Se Vini e Vinili cercava la perfetta armonia tra il calice e la nota, Drink parade rivendica il diritto al corto circuito, al ritmo forsennato della hit-parade alcolica, al fascino imperfetto di quelle canzoni che si ascoltano quando il locale sta per chiudere e le sedie sono già rovesciate sui tavoli.
Da Bob Dylan a Billie Eilish: gli abbinamenti eno-musicali di un jukebox senza pregiudizi
Gli abbinamenti, a parer nostro, sono riuscitissimi. Eccone alcuni esempi in ordine sparso. Dal vecchio Barolo delle Langhe sulle note di Workingman’s blues 2 di Bob Dylan, al “Vermentino color oro griffato Testalonga”, in località Dolceacqua, a supportare Holocene d Bon Iver; dal sangiovese più conviviale di Montalcino per Babylon di David Gray, all’Octobre Rouge degli Editors di Honesty; dal Terra de Coques di Terroir al Limit se si vuole ascoltare fino in fondo Favourite dei Fontaines D.C., al bianco e minerale Sancerre Les Romains che inonda di emozioni Berghain di Rosalìa; infine, dall’Omestica, “un granitico Cannonau in purezza”, di When the party’s over di Billie Ellish, allo Sciacchetrà delle Cinque Terre degli Smiths di There is a light that never goes out. Scritto con la consueta prosa elegante, il volume si divora con la stessa facilità con cui si sfoglia la carta dei vini durante una notte d’estate. Pratelli si riconferma un magnifico esegeta del superfluo indispensabile. E ci ricorda che se la vita è un lungo e faticoso rientro a casa, magari dopo l’ennesimo viaggio di ore fatto in macchina, avere in tasca 101 monete per il jukebox resta ancora il miglior modo per ritardare la notte.
(Alberto Scuderi)


