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“Non ero io ad avere la macchina fotografica: quella macchina fotografica apparteneva a tutti noi”.
E, difatti, per la fotografa Martine Barrat, nata a Orano nel 1933 e trasferita a New York nel 1968, entrando subito in contatto con la Factory di Andy Warhol, chiunque del South Bronx (ribattezzato Korea, per il gran numero di ragazzi partiti come soldati per la guerra in quel paese) o di Harlem (soprattutto la 125esima), la poteva utilizzare. Perché, per lei, ciò che sta alla base di ogni scatto è una reciprocità di amicizia, di conoscenza, di affetto, di gioia. Per questo, le sue fotografie non sono semplicemente documentaristiche: sono un racconto di relazioni, di legami, di percorsi condivisi.
È proprio tale capacità di approcciarsi alle persone, senza pre-giudizio, che le ha aperto i vicoli di quei quartieri che, soprattutto sul finire degli anni Sessanta, non erano sicuramente isole sicure. Ma lei aveva i suoi angeli, tanto che, quando una notte, un tossicodipendente, che si aggirava nei dintorni dell’Hotel Chelsea, le rubò la videocamera, qualche giorno dopo, proprio il capo della gang dei Roman Kings, Pearl, le regalò la sua prima macchina fotografica.




Tutto ciò le ha permesso di raccogliere storie (ad esempio il ragazzo col cartello JOBS NOT JAILS), essere presente in particolari situazioni spontanee, come la nascita dell’hip-pop. Momenti da lei prontamente colti tanto che, non a caso, la rivista “Life”, nel 1984, decretò una sua foto sui “block party” di Harlem, come la miglior foto dell’anno (le sue fotografie sono state pubblicate anche su “The New York Times Magazine”, “Vanity Fair”, “Vogue”, “Paris Match”, “Le Monde” e “Libération”).
Tale riconoscimento fu preceduto dalla personale organizzata dal Whitney nel 1978, nella quale furono riuniti i primi lavori realizzati nel South Bronx e la serie di video di You Do the Crime, You Do the Time, con l’avallo dei membri delle gangs, in particolare con Karate Charlie, al secolo Carlos Suarez, capo dei Ghetto Brothers, impegnato a far riconciliare le diverse gangs del South Bronx.
Nei tre giorni di esposizione, più di duemila visitatori scoprirono volti e quartieri fino allora conosciuti solo attraverso i racconti dei giornali. E come Manolo Vital, col suo Bus 47, fa conoscere agli ignari abitanti di Barcellona, Torre Baró, così Martine Barrat avvicina quelli di Manhattan al Bronx e ad Harlem.
Ma, le persone da lei ritratte, non sono i freaks della Arbus, bensì persone considerate reiette che, nonostante tutto, cercano in qualche modo una via di riscatto (come meravigliosamente evidenziato nella serie Do or Die realizzata all’interno delle palestre di box), anche se non sempre nella maniera del tutto legale. Persone che, nonostante il loro essere ai margini della società, hanno i loro codici, sentimenti, emozioni e linguaggi.
Quel linguaggio raccolto nel South Bronx Dictionary and Guide (esposto nella mostra del Whitney), stilato da Karate Charlie, perché, “in ogni comunità c’è uno slang ma nel South Bronx c’è un modo molto speciale per poche persone di comunicare un’idea importante in una sola parola o frase. Il tono con cui si usano le parole è ciò che racconta la storia”, rivelando come i suoi coetanei esprimevano paura, coraggio e lealtà.
Perché “nei luoghi dove c’è violenza, è lì che trovo l’amore. La violenza è la rabbia di non avere il diritto di vivere “, sempre guidata dal forte desiderio di dar voce a chi è ignorato e non tutelato. E come Atget ha ricostruito l’anima di Parigi attraverso il susseguirsi di singoli istanti, L’âme de la ville di Martine Barrat è principalmente l’anima di New York (più tardi, quella del quartiere parigino La Goutte d’Or) è condensata sulle atmosfere, sulle situazioni, sulle circostanze, sugli accadimenti, sulla quotidianità.
Curata da Agathe Cancellieri, altresì direttrice della Galerie Rouge di Parigi, nello Spazio Van Gogh di Arles, inserita ne Les Rencontres de la Photographie, L’âme de la ville, oltre ad essere una retrospettiva sulla lunga attività artistica di Martine Barrat, desidera, essenzialmente, riconsegnare lo spirito col quale la fotografa affrontava le storie di quei quartieri e, parallelamente, i legami che intesseva con le persone che li abitavano (come la serie dedicata a Vickie (Alvarez), capo della gang Roman Queens, attesta), mai sentiti come semplici soggetti dei suoi scatti, bensì come protagonisti di un reale scambio amicale.
Nata nella piccola città algerina di Orano dove, da piccola, nuotava con Yves Saint Laurent, che ha sempre seguito il suo percorso artistico, non solo commissionandole servizi delle sue sfilate, ma acquistando sistematicamente dei suoi lavori. E il suo modo di vedere il mondo immediatamente emerge anche dai servizi di moda, nei quali fa indossare i vestiti di Alaïa ai ragazzini di Harlem e porta i ragazzi del Bronx in spiaggia, prima di fotografarli con dei cappotti Max Mara.
Una vita, quella di Martine Barrat, che ha percorso tante strade e affrontato numerose svolte, sin dall’adolescenza quando, all’età di appena quindici anni, decide di lasciare l’Algeria per recarsi in Francia, dove inizia la sua carriera di ballerina. Lavoro che la porterà a trasferirsi a New York, invitata da Elle Stewart, fondatrice del prestigioso La MaMa Experimental Theatre Club, fondamentale punto di riferimento mondiale per il movimento Off-off-Broadway.
Ma un incidente avvenuto poco dopo il suo arrivo nella grande mela, pose fine alla sua carriera nella danza. Fonda, allora, un laboratorio di musica jazz e video per i ragazzi del Lower East Side e di Harlem. Grazie al quale incontra personaggi del calibro di Ornette Coleman, padre e fondatore del movimento free jazz, al quale chiede di scrivere i titoli delle sue fotografie. Fotografie con le quali ha sempre voluto celebrare la vita e le relazioni umane, aspetti che riempiono ogni scatto di infinta umanità.
Informazioni Martine Barrat | L’âme de la ville
- Arles, Spazio Van Gogh – Les Rencontres de la Photographie
- fino al 4 ottobre 2026
- info@rencontres-arles.com
foto in alto (sotto il titolo) e in home Martine Barrat, Block Party, Harlem, 1992 Courtesy of the artist and La Galerie Rouge.

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