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Cechi, ma non sordi
The price we pay for connection
In a distant life
Dublino scalpita nell’ultimo lustro: ben cinque dischi, appunto uno all’anno, solo tra Fontaines D.C. e The Murder Capital. Per non parlare degli esperti Gilla Band, o le recenti new-entries Sprints e Gurriers. Tutti nomi che volenti o nolenti stanno rivitalizzando la musica per chitarre, iniziata come post-punk e finita per diventare pop(ular).
Per Blindness James McGovern e soci – i chitarristi Damien Tuit e Cathal Roper, Gabriel Paschal Blake al basso e Diarmuid Brennan alla batteria – eleggono un angelo nero pece a copertina di un lavoro che tuttavia presenta alcuni dei loro brani più catchy e immediati. In alternanza a episodi sofferti, che se da un lato rimandano al mood dell’esordio When I Have Fears dall’altro dimostrano una crescita in personalità, conquistata anche grazie ai trucchi in studio del confermato producer John Congleton (Lana Del Rey, Mannequin Pussy).
Un terzo album dalle mille sfaccettature
L’attacco di “Moonshot” è uno dei più folgoranti che ho sentito negli ultimi tempi. Il verso iniziale Separate the thought/You can’t be caught without/Moving through the air/You’re there within without regala poesia e mistero quando intorno gli deragliano chitarre come bombe. Un ticchettio, lo stop-and-go e McGovern a urlare un lalala facendosi strada nell’inquietudine che contraddistingue anche “Words Lost Meaning”, pezzo incentrato sulle difficoltà nei rapporti sentimentali al giorno d’oggi, cupo ma dal refrain istantaneo.
“Can’t Pretend To Know” sigilla un trittico ai limiti dell’eccellenza con furia punk e un basso accattivante mentre riprendiamo fiato con “A Distant Life” che cambia improvvisamente lo sfondo per una melodia fischiettabile, in un pop allegro e venato di folk. “Born Into The Fight”, la prima di una serie di canzoni più lunghe e impegnate (all’ombra degli U2?), denuncia l’atrocità della guerra con una intensità pari a “Love Of Country”, un blues recitato da un James McGovern ammaliante quanto profondo.
La side B di Blindness parte a tutto gas con “The Fall”, tra Nirvana e i Manic Street Preachers altezza The Holy Bible, dove “Death Of A Giant” ci offre la chance di un ballo con la fidanzata. “That Feeling” ha di nuovo un gran impatto ma non si discosta molto dalle cavalcate degli Iceage; infine “Trailing A Wing” (We escavate our love and its remains/No stretch or break) può essere la loro “Mothers Of The Disappeared”, degna di The Joshua Tree se non si fosse capito.
Tessiamo dunque le lodi dei Murder Capital, che pur senza evoluzioni non creano involuzioni, restando una delle band indie-rock più apprezzabili del panorama odierno.
77/100
(Matteo Maioli)

